IL FALSO PROBLEMA DEL CIBO BIOLOGICO

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Una ricerca-choc che parifica il valore effettivo del frutto non-bio a quello biologico

La Food Standard Agency (FSA), organismo ministeriale inglese, con una ricerca-choc su 162 studi dell’ultimo secolo, ha assodato che ortaggi, cereali e frutta, coltivati con metodi naturali (letame e concimi organici, niente diserbanti o pesticidi di sintesi), hanno gli stessi esatti ingredienti dei cugini tirati su a forza chimica, causando sconcerto, incredulità ed irritazione dei fervidi difensori del biologico.
Il nostro lavoro non riguarda le conseguenze sull’organismo dell’uso di pesticidi ed erbicidi, mette le mani avanti Alan Dangour, ma è focalizzato semplicemente sulle qualità organolettiche del prodotto esaminato.
Fatto sta che questa ricerca, pubblicata il 4 agosto sul quotidiano Repubblica, corre il rischio di diventare il cavallo di battaglia dei bio-scettici.

La reazione appassionata e stizzita di Carlo Petrini

Ed è a questo punto che è intervenuto Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e di Terra Madre, nonché colonna dell’Agricoltura Biologica Italiana, con un’appassionata arringa che sintetizzo qui di seguito.

Non è una semplice questione di più o meno vitamine nel pomodoro.
Non si vive di sole vitamine.
Si vive di rispetto dei tempi di maturazione, di tutela della fertilità nei terreni, di rispetto dei paesaggi custoditi, di inclusione della bellezza nei piani di sviluppo, della considerazione del tessuto sociale e delle relazioni umane, tipo quelle che si instaurano in un mercato di prossimità.
Si vive di assenza di residui chimici.
Si vive di cibo raccolto quando è maturo.
Si vive di cibo spostato il meno possibile.
Si vive di cibo vero e di cibo trasparente.

Il consumatore sceglie il bio in quanto sa cosa è.
Chi sceglie l’industriale lo fa invece perché una lunga serie di informazioni su di esso viene taciuta al consumatore. Anche la battaglia OGM è una battaglia di etichette.
Provi la FSA a chiarire le relazioni tra l’uso della chimica in agricoltura e l’impennarsi di tumori negli ultimi 50 anni.
In un momento in cui i consumi di biologico stanno crescendo, viene da chiedersi per quale motivo, e per fare un favore a chi, si sente il bisogno di raffreddare gli entusiasmi, conclude la nota.

La mia personale contro-critica alla tesi pro-bio di Petrini

Gli voglio subito dire, a differenza della Giovanna Di Stefano (lettrice e collaboratrice dell’AVA), rimasta affascinata dalla sua reazione, che ho trovato l’arringa a difesa del biologico piena di vistose o implicite lacune.

Carissimo Petrini, ho il massimo rispetto per le buone intenzioni di chiunque ami la natura e ne difenda le sorti.
Ho diversi amici che si danno da fare in questo senso, in Italia e fuori di essa, la maggior parte di essi sicuramente in buona fede.
Gente che vende prodotti biologici, ed anche gente che mi segue e legge le mie tesine, o semplicemente che è iscritta all’AVA di Roma, per le sue esigenze filosofiche e spiritualistiche, o all’ABIN di Bergamo, per le sue motivazioni igienistiche.
Eppure sono costretto a dirti che hai apparentemente ragione, ma sostanzialmente torto.

Non si vive solo di vitamine

Non si vive solo di vitamine, è bellissimo.
Si vive di asenza di residui chimici, è convincente.
Si vive di cibo vero e di cibo trasparente, è entusiasmante.
Il problema è che ti sei fermato lì, e hai fatto come un cantante che ti regala una musica accattivante e che sta andando verso un irresistibile crescendo, per poi steccare nel momento di massimo effetto, deludendoti e lasciandoti un sapore amaro in bocca.
Da uno che pretende di essere poeta ispirato e confortato dalla giustezza dei suoi pensieri, e dalla sana appartenenza al filone rivoluzionario della terra buona, della terra pulita, ci si aspetta di più e ci si aspetta coerenza. Avresti dovuto continuare e dire che:
Si vive di cibo vivo ed innocente.
Si vive di armonia con gli altri esseri e col creato.
Si vive la vita e per la vita, e non mai grazie alla morte degli altri.

Chi va vicino alla verità, mancandola in pieno, fa un errore imperdonabile

E invece no. Ti sei fermato brutalmente, oltremodo timoroso di varcare una determinata soglia.
Non a caso però. C’è stata evidentemente una molla dentro di te che ti ha indotto a tirare il freno a mano. In linea con quanto si dice in modo ipocrita e formale nelle riunioni mondiali del G8 e dei G20,
hai voluto limitarti agli OGM, ai fitofarmaci, alle sementi, ai cibi funzionali, alla salute delle acque e dei mari. Tutte parole belle ma vuote e manieristiche.
Ti sei forse ricordato di rappresentare una categoria che mette tutto sul piano del cibo e del rapporto tra uomo e uomo, tra bipede e bipede, tra agricoltore e cittadino, tra cristiano e cristiano, lasciando fuori della porta quella parte importantissima della natura che è rappresentata dai piumati, dai quadrupedi, dagli squamati e dai pinnati.
Sei andato vicinissimo alla verità, mancandola però nettamente e, chi va così vicino ad essa e ciononostante la manca, fa un peccato ancora più grave e più imperdonabile di chi ne è lontano.

Una poesia monca e stridente, e un modo di pensare aprioristico e partigiano

Mentre la parte più ragionevole dei consumatori e dei produttori si converte al biologico, l’ente governativo britannico si sforza di provare che il cibo biologico non sarebbe, dal punto di vista nutrizionale, superiore a quello convenzionale, ti lamenti, sdegnato e scandalizzato.
Non ti sei nemmeno accorto di quanto monca, stonata e stridente, sia la tua poesia, e di quanto partigiano sia il tuo modo di pensare.
Non sto qui a valutare lo studio degli inglesi e nemmeno le motivazioni della FSA.
Resta il fatto che il dr Alan Dangour ha intelligentemente ed opportunamente chiarito che il loro studio riguardava solo i caratteri organolettici di frutta e verdura cresciuta in un terreno non-bio, mettendoli a confronto con quella coltivata in terreno bio, e niente altro, per cui ogni discorso di conseguenze negative sull’organismo, da parte di erbicidi e pesticidi, resta del tutto escluso.
Se volevi davvero contestarlo, lo potevi fare con delle prove contrarie, che però non possiedi, perché sostanzialmente, a Londra, hanno ragioni da vendere.

Per la mia favolosa frutta e verdura non uso stallatico come voi, ma foglie di bosco

Nel mio piccolo, sono un produttore dilettante e problematico di verdura e frutta rigorosamente biologiche, ottime di sapore, profumo e contenuto, anche se di dimensioni più modeste rispetto a quanto si trova sui mercati.
Tanto per capirci uso fertilizzante rigorosamente biologico e non stallatico, ovvero letame naturale di foglie (ne ho in abbondanza, vivendo in mezzo a una zona boschiva) e dei residui vegetali dei nostri pasti. Lo stallatico rimane per me parte della catena perversa della sopraffazione.
Come non accetterei del resto mai di versare secchi di sangue o di urine regalatimi da una macelleria, o sacchi di farina di ossa regalatimi da un produttore di hamburger.

Credo al biologico, ma nemmeno un po’ al business biologico

Qualche esperienza dunque ce l’ho, ed è opportuno che esprima a fondo la mia opinione su questa interessante diatriba tra te e i ricercatori britannici, anche a rischio di alienarmi qualche simpatia.
A fare gli arbitri si prendono regolarmente insulti e fischi, e magari anche qualche pomodoro bio o non-bio, ma comunque troppo maturo o addirittura marcio.
Da naturalista quale sono, da persona non collegata in alcun modo con le industrie e con la lobby agricolo-industriale, dovrei sottoscrivere in pieno quanto da te affermato.
Invece, non mi sento per niente di farlo.
Non solo per le mie gravi riserve sopra espresse sulla tua poesia, ma anche per tutto il ragionamento implicito che sta dietro la tua arringa difensiva, e dietro la maggior parte del biologismo di maniera, che è poi il biologismo commerciale imperante della nostra epoca.

Sei molto bravo a dipingere e ad idealizzare

La tua arringa difensiva è comprensibile, chiara, appassionata, a tratti poetica e romantica.
Idealizzi persino un quadro di vita contadina dei tempi andati, con mondine che raccolgono un riso perfetto e cantano come delle sirene, ragazzini bravi ed obbedienti che si divertono a depositare fragole e ciliegie nei loro appositi cestelli, contadinotte che ti vendono ravanelli e cespi freschi di verdure all’ingresso dei loro campi, agricoltori sereni che espongono con orgoglio le loro pannocchie, e che regalano un sorriso e una carezza al vitellino e al porcellino che tengono in grembo.
Quasi come nella pubblicità idilliaca della mucca Carolina, che regala sorridente il suo latte bio.

Spalanchiamo gli occhi ed immergiamoci nella realtà quotidiana

Siamo tutti per un quadro del genere.
A chi non piace il paesaggio ordinato e custodito, la bellezza nello sviluppo, le relazioni umane in un mercato di prossimità, l’assenza dei prodotti chimici.
Tutto bello ed affascinante.
Fin qui non ci piove.
Vediamo però di spalancare un po’ gli occhi e di immergerci nella realtà, ed anche di giudicare le cose in modo scientifico ed attuale, concreto e reale.

L’amore ed il romanticismo esistono, ma da altre parti

Non so se la FSA abbia sprecato o no i soldi nella sua ricerca con qualche secondo scopo in testa, per fare un favore a chi o per bastonare chi altro.
So comunque che nel bio non c’è solo amore e romanticismo, ma c’è pure molto opportunismo e molto business con la B maiuscola.
Le cose umane sappiamo benissimo come vanno.
Un pomodoro bio vale il triplo del non-bio sul mercato? Ebbene, buttiamoci pure noi nel bio, dicono i produttori di porcherie chimiche.
Fatta la legge, trovato l’inganno.
È di sicuro bene che ci siano le denominazioni e i marchi di provenienza.
Ma, personalmente credo poco alle etichette.
Più che un bio-scettico sono un business-bio-scettico, salvo che non si tratti di vedere coi miei occhi il campo di coltivazione, il prodotto, e la conformazione fisica, economica e mentale, del produttore.

Nessuna critica agli importanti esperimenti di agricoltura innovativa di certi contadini avveduti e coraggiosi

Fatta questa prima annotazione, ne aggiungo subito una seconda.
Viviamo in un mondo industrializzato, pieno di gente di ogni razza e colore, pieno di traffici e di movimento, per cui certi quadretti idealizzati possono andar bene appesi ad una parete, ma si prestano assai poco all’applicazione concreta. Occorre realismo e senso pratico.
Questo non significa criticare gli ottimi esperimenti che qualche gruppo di coraggiosi ed innovativi agricoltori sta facendo, vendendo pure i suoi prodotti direttamente, a margine dei propri campi.
E non significa criticare lo spirito rivoluzionario di quei contadini che si ribellano ai diktat dei loro governi e della Monsanto per gli OGM.
I buoni esempi e la buona fede vanno plauditi, difesi ed incoraggiati.

Uno sfizio per pochi, un prodotto teoricamente perfetto, ma inarrivabile per la massa

Terzo punto riguarda i prezzi.
Ammesso e non concesso che il bio sia davvero e sempre bio, e che il bio sia sempre consistentemente diverso e migliore del non-bio, i suoi prezzi proibitivi lo renderanno sempre un prodotto di élite, uno sfizio per pochi, un obiettivo inarrivabile per la massa.
La gente non può permettersi di andare alla boutique della frutta come fanno in Giappone, con ogni singola fragola o lampone avvolti nella carta velina, tenendosi in bocca la ciliegia per 5 buoni minuti, essendo costata la modica cifra di un euro.
È evidente che, a quel tipo di ciliegie perfette, dovrà seguire il tonno o l’hamburger.

Il discorso OGM non va contrastato e contenuto, va eliminato e messo fuorilegge

Quarto punto sulla chimica.
Il concetto del via-gli-erbicidi e via-il-fertilizzante-sintetico dai campi è condivisibile, a patto però che riguardi la globalità dei terreni e la globalità dei mercati.
Gli OGM, come fenomeno estremo dell’assalto biochimico in agricoltura, non va contrastato e nemmeno va contenuto. Esso va semplicemente eliminato, messo fuorilegge.
Monsanto e Rockefeller vanno denunciati e messi a Guantanamo al posto dei terroristi iraqeni.
Mi spiace per il professor Umberto Veronesi il quale, nonostante la sua fine intelligenza e la sua sensibilità animalistica, si sia fatto coinvolgere incredibilmente in queste brutture dei tempi in cui viviamo.

Il discorso OGM è simbolo e sintomo finale di filosofie e piani delinquenziali.
Chi li ha inventati e introdotti, dove e perche?

È giusto chiederci e riflettere sul chi ha introdotto gli OGM, sul dove e sul perché.
È stata la Monsanto (gruppo di chimici e di macellai), negli Usa (invasori e ladri, avventurieri e lazzaroni europei, che hanno annientato il popolo più bio della storia, gli Indiani d’America, e le loro magnifiche mandrie libere di bisonti), per riparare alle loro malefatte (bovino-economia, porco-economia, avi-economia, e tre quarti dei terreni a cerealicoltura di allevamento) con malefatte ancora peggiori (lasciare tutto come prima ed inquinare ulteriormente con gli OGM).

Sugli OGM siamo in piena sintonia

Gli OGM vanno eliminati per mille e una ragione.
Per i pericoli biologici che essi rappresentano.
Per gli effetti chimici perversi che producono nei suoli.
Per le documentate rovine economiche che producono.
Per la dipendenza farabutta che creano, obbligando gli agricoltori e persino i singoli paesi ad essere schiavi delle sementi Monsanto.
Per il mantenimento e la conservazione del mondo iniquo, malato e macellatorio che implicano.
Per la moltiplicazione intensiva dei macelli predicata dai loro produttori.

Poche luci e tante ombre, nei supermarket bio

Quinto punto.
Riguarda il cinismo e la spiccata venalità del business bio, la totale carenza di sensibilità etico-animalistica del business bio.
Ricordo ancora la prima volta che mia moglie volle essere accompagnata da me nel migliore negozio bio di Udine, appartenente a una catena nazionale di cibi naturali.
C’era molta gente ed era persino difficile trovare parcheggio.
Dieci diverse marche di riso integrale (ottima cosa), un’intera scansia dedicata ai cereali integrali (ottima cosa), una seconda scansia riservata ai succhi più accattivanti, tipo succo di ortiche e di crescione, succo di mirtilli selvatici e di uva bio, di lamponi e uva ursina (buona cosa, enzimi a parte), un reparto di pani integrali ai semi di girasole, sesamo, papavero, lino, zucca (ottima cosa).

Un reparto di carni-bio, ovvero l’immondezzaio dell’anima

Ma, alla file del corridoio, un brutto pugno nello stomaco, ovvero il reparto di macelleria-bio, con cartellino sulla bistecca-bio (vitellone-bio, alimentato a mais e fieno, e gentilmente abbattuto il
giorno X), e sul prosciutto-bio (da maiale-bio, alimentato a patate e ghiande, amorevolmente sgozzato in data Y).
Accanto a tale immondezzaio dell’anima, un reparto frutta fresca da teatro degli orrori, con due cassette sfigate di uva e di mele che a forza di stare a pochi centimetri dal sangue, puzzavano di macello, con una terza cassetta di carote e ravanelli dall’aspetto smorto e sconvolto, con foglie secche e stecchite, che solo un barbone disperato avrebbe osato ricevere in regalo, e che il bio-negoziante avrebbe fatto meglio a sostituire con delle controfigure di plastica.

Il materiale più fresco di quella catena bio? Le bistecche-bio al sangue e gli integratori.

Probabilmente, i cibi più freschi e naturali, escluse le bistecche al sangue, erano le tante confezioni di vitamine sintetiche, di integratori minerali e di coenzima Q10, disposte nell’apposita sezione accanto alla cassa. Alla fine, ci ritrovammo con due borse di plastica e quattro chili di salute, costatici la modesta somma di 70 €. Ho giurato che non avrei mai più messo piede in un supermercato bio, pur sapendo che esistono anche i negozianti intelligenti, sensibili e coerenti.

Durian bio? Diventerebbe cibo esclusivo della famiglia reale.

Sesto punto.
Nei giorni scorsi, un mio lettore di Lecce mi ha fatto diverse domande sulla Thailandia, in vista di un suo viaggio da quelle parti. In uno dei quesiti, e mi è parso quello più assillante, mi ha chiesto se in Thailandia si trova la frutta e la verdura bio. Gli ho risposto che essa non esiste affatto, per fortuna.
Anche perché la frutta tropicale è biologica per definizione, con l’abbondanza di humus, di sole e di acqua su cui può contare in continuazione da quelle parti.
Già il durian Monthong costa un occhio della testa.
Figuriamoci se si mettessero pure ad etichettarne una parte col termine bio.
Diventerebbe cibo esclusivo della famiglia reale thailandese.
L’ho invitato a tranquillizzarsi, ad andare in Thailandia e a mangiare liberamente tutta la frutta che troverà esposta lungo le strade, nei negozi o nei supermercati.

La gente che dirada il consumo di frutta e procede verso i reparti macello-caseari

Mi sto rendendo conto che la faccenda del cibo biologico sta condizionando e frenando la gente, le sta impedendo di comprare le cose liberamente e con disinvoltura, la mette addirittura in condizioni di minimizzare e diradare il consumo della frutta.
E mi vengono in testa i troppi articoli apparsi su giornali e riviste a ritmo incalzante, tutti incentrati sulla bontà teorica della frutta, ma pure sulla enorme balla della velenosità della medesima in generale.
Se un tempo sospettavo l’esistenza di un complotto anti-frutta gestito da qualche ministero e da qualche industriale della bistecca e del formaggio, oggi ne sono ormai più che sicuro.
La gente, infatti, col biologico minimizza gli acquisti di frutta, guarda alle cassette dell’ortofrutta come si trattasse di materiale bello a vedersi ma pericoloso da consumarsi, e passa direttamente ai reparti latteria e macelleria. Frutta proibita come il pomo del Paradiso Terrestre.
Scordandosi che il peggior frutto possibile, resta un prodotto naturalissimo, cento volte più puro, nutriente e digeribile della migliore bistecca, del miglior pesce e del miglior formaggio.

Molti prodotti crescono al meglio senza bisogno di prodotti chimici

Settimo punto.
So per esperienza diretta che esiste una gamma di frutta e di prodotti da orto che si presta pochissimo al pervertimento chimico, e che non ha bisogno di interventi per crescere al meglio.
E so pure che nessun agricoltore è così tonto da sciupare prodotti chimici carissimi quando ciò non fosse davvero indispensabile.
Fichi, susine tradizionali, cachi, castagne, kiwi, melograni, more di gelso, melette selvatiche, pesche selvatiche, nettarine selvatiche, uva varietà baccò e americano nero, more e lamponi, nocciole, noci, mandorle e pinoli, non hanno bisogno di nulla.
Situazione diversa per le uve da tavola e da vinificazione, per mele e pere, per pesche e nettarine, per fragole e prugne.
Da rilevare che pomodori, melanzane, peperoni, zucchine, cetrioli, tegoline, piselli, ricorie, lattughe, ravanelli, crescione e tarassaco, valerianella e finocchi, crescono bene senza bisogno di alcunché, mentre i cavoli e tutte le verze temono solo le lumache.

L’intelligenza selettiva delle piante

Ottavo punto. Occorre dire una cosa fondamentale sulle piante.
Esse sono estremamente selettive ed intelligenti nell’assorbire quanto gli serve dal terreno, essendo dotate di grande istinto bio-chimico.
Compito specifico delle radici è raccogliere dal terreno minerale inorganico (di qualsiasi provenienza) inzuppato d’acqua, e di trasformarlo, in stretta associazione col sole e con la fotosintesi clorofilliana, in minerale organico.
Essenzialmente, le piante crescono più grazie ai valori assorbiti dall’atmosfera azotata e dal sole, ed in concomitanza con gli scrosci di pioggia che regalano autentiche folate di biomagnetismo.

La magia sta nel magnetismo e nel sole, più ancora che tra le radici

Si può verificare di persona.
Se innaffi del radicchio con l’acqua del rubinetto, lo puoi rinfrescare, ma non cresce affatto.
Non appena invece gli arriva una spruzzata di pioggia, cresce a vista d’occhio.
Dove sta la magia? Non nell’acqua, ma nel magnetismo e nella carica naturale radioattiva dell’acqua piovana.
Se pensi poi ai grossi alberi che crescono lungo i marciapiedi delle nostre città, essi hanno una base assai ridotta di suolo a propria disposizione, con nutrimento assai limitato. Eppure crescono belli e sani, costringendo gli enti municipali a potarne i rami con le scale dei pompieri.

I frutti appena colti dall’albero sprigionano una ineguagliabile energia radiante

Nono punto, sulla frutta lontana e su quella di stagione.
Nessuno nega l’estrema perfezione del frutto fresco di stagione, meglio ancora se appena staccato dall’albero.
Mentre scrivo questi appunti, ho a mio fianco un piatto di susine e fichi neri appena staccati dagli alberelli che stanno a dieci metri dalla mia scrivania. La loro fragranza e l’energia radiante che sprigionano è indescrivibile. Niente a che vedere con quelli che stanno nelle cassette.
Ma, intendiamoci, non sempre stiamo in questo tipo di condizioni privilegiate.

Il frutto importato ed il frutto fuori-stagione sono pure validissimi

Se poi sento il bisogno e la voglia di una banana dell’Ecuador, di un ananas della Costa d’Avorio, di un mango brasiliano, di un dattero tunisino, di un pompelmo israeliano (ma anche di un’arancia di Sicilia o di un carciofo romano), li prendo senza pensarci su due volte, checché ne pensi il nostro ministro Luca Zaia.
Non ho mai subito il condizionamento patologico del discorso bio o del discorso stagionale.

Rifornitevi di frutta, di qualsiasi frutta trovate sul mercato

E invito i miei lettori a fare altrettanto. Chi vuole prendersi il bio e pagarlo a peso d’oro, lo faccia pure.
Ma chi si sente di consumare frutta in abbondanza, non abbia troppi timori e si rifornisca dovunque la trova, lungo la strada o in negozio o al supermercato.
L’importanza è che si chiami frutta, non importa se bio o non-bio e non importa da dove viene.
I nostri cieli sono solcati in continuazione da aerei di ogni tipo.
Sfruttiamo almeno l’opportunità che essi ci danno di poterci alimentare da gennaio a dicembre con gli straordinari doni della natura.

Non c’è confronto fra il frutto dell’albero e il frutto del macello

Un mirtillo e un lampone sono sicuramente più vitali e salubri nella stagione calda.
Ma, se li mangio a Natale, e provengono dal Cile, dal Sudafrica o dalla Nuova Zelanda, non mi fanno di certo male. Avranno perso un 5 o un 10% in biodinamicità e in valore nutritivo, ma vuoi mettere rispetto al prosciutto e alla bistecca propostimi dal macellaio?
La tanto chiacchierata frutta d’importazione, quella fuori stagione e quella non-bio, restano in realtà sempre cibi biologici nel senso che sono vivi, e che hanno messo dei mesi per maturare sopra una struttura naturale chiamata albero, mentre la fiorentina e lo speck, di qualsiasi provenienza essi siano, sono morti e defunti, sono in stato di avviata putrefazione già dal momento in cui l’implacabile coltello dell’accoppa-bestie ha compiuto il suo immenso crimine.

L’impennarsi dei tumori negli ultimi 50 anni

Il decimo punto è fondamentale.
L’impennarsi di tumori negli ultimi cinquant’anni, caro dr Carlo Petrini, che hai voluto evidenziare in neretto questo dettaglio, te lo chiarisco subito io, se permetti, senza che tu debba chiedere lumi a quegli pseudo-ricercatori inglesi che ti sono particolarmente indigesti, ma che però hanno onestamente dichiarato come la loro ricerca riguardasse la resa qualitativa delle piante, e niente di più.

Pesce e carne fanno sempre molto male, sani o malati che siano gli animali macellati

Tu lanci un’inquietante ipotesi, e inviti ad indagare sui pesci del mare che sono a ciclo vitale lungo.
Qualche ragione ce l’hai.
I pesci al cadmio, o al mercurio, o ai residui PPCP (vedi mia tesina L’acqua a zero del 4 agosto), non fanno certamente bene a chi li mangia.
Ma non gli fanno bene nemmeno quando sono in perfetta salute.
Stesso discorso per le mucche, gli asini, i cavalli i maiali e le galline.
Tu questo però non lo dici, forse perché non lo sai, o perché non ci credi, o forse non ti comoda dirlo.
D’accordo che il tema era leggermente diverso, ma quando uno come te moralizza e bacchetta chi sbaglia, servendosi anche della rima e della filosofia, non può essere parziale, deve andare a fondo e deve essere universale nelle sue considerazioni.

La leucocitosi e il cibo cotto

Ieri, nella tesina Alla ricerca spasmodica della proteina, ho parlato degli esperimenti di Kautchakoff. Una cara amica mi ha ricordato telefonicamente che era d’accordo su tutto, ma che carne cruda e pesce crudo non scatenerebbero la reazione chiamata leucocitosi nel corpo umano, e non stresserebbero il nostro sistema immunitario quanto le rispettive varianti cotte.
Personalmente, non mangiando carne o pesce né cotti né crudi, non ho esperienze dirette da citare.
So comunque che il fenomeno della leucocitosi è quello che si rivela con immediatezza dopo il pasto, quello cioè che viene citato come primo avvelenamento e come prova evidente della reazione di emergenza immunitaria.

I micidiali danni della carne e del pesce, del latte e dei latticini

Ammesso che carne cruda e pesce crudo permettano il superamento di questa prova in stato di indennità, gli avvelenamenti successivi rimangono indelebili, e sono ancora peggiori, riguardando essi l’acidificazione del sangue, lo sviluppo di radicali liberi, l’appestamento irreversibile del sistema gastrointestinale, l’intossicazione del sangue e dei giunti da acidi urici, l’occlusione delle arterie con grassi saturi-colesterolo-omocisteina, l’ostruzione della cistifellea, l’irritazione cronica del colon, la demineralizzazione delle ossa, il danneggiamento del sistema escretorio e dei reni in particolare, il cattivo odore emanato dalla pelle in continuazione, la stimolazione di crescite tumorali, l’accelerazione dell’orologio biologico che porta ad invecchiamento precoce, la desensibilizzazione spirituale e la brutalizzazione dell’anima, la cinica accettazione delle porcherie più sconce che avvengono sul pianeta a danno dei bambini più bambini del mondo, degli indifesi più indifesi del mondo, degli innocenti più innocenti del mondo, che sono gli animali tutti.

Indagare sui pesci? Perché non direttamente sugli uomini?
Va a curiosare su cosa trovano gli anatomisti sezionando le vittime del cancro.

Tu parli di indagare sui pesci a ciclo vitale lungo.
Perché poi sui pesci e non sugli uomini, che hanno un ciclo vitale assai più lungo?
Nei reparti di anatomia patologica, quelli che cercano spiegazioni sulle vittime di cardiopatie e cancro, più che trovare cadmio e mercurio, trovano prove ancora più chiare ed incontestabili.
Cosa mai trovano i sezionatori nei reparti post-mortem?
Trovano il bacillus Enteridis, il bacillo Breslau, il bacillo Suispestifer, il bacillo Clostridium, il bacillo Streptococcus Bovis, il prione della Mucca Pazza, il bacillo del tifo e del paratifo A e B (altrimenti chiamato Salmonella).

Cosa scoprono mai nei reparti di ricerca oncologica?

Se poi vai nei laboratori di ricerca oncologica (il professor Veronesi avrà cento difetti come tutti, ma sul cancro pochi sono informati quanto lui), scoprono altre cose ancora, tipo l’aldeide malonica (sostanza cancerogena al 100% che si sviluppa con la cottura della carne, e che è introvabile nei vegani), l’acreolina (dalla cottura dei grassi, ultratossica per il fegato), l’adrenalina (dal terrore indescrivibile provato dalle bestiole nei macelli), il dietilsilbestrolo (causatore di cancro all’apparato genitale femminile), l’acido apocolico e il 3-metil-colantrene (composti chimici cancerogeni derivati dal contatto dei prodotti di decomposizione carnea coi nostri acidi biliari, l’acido colico e l’acido disossicolico), il beta-glicoronidasi e l’alfa-deiprossilasi (enzimi cancerogeni derivati da batteri intestinali di carni e pesce crudi), il coprosterolo (sterolo cancerogeno da carne e pesce crudi e cotti), la cadaverina (dall’aminoacido lisina), gli etil e metil-mercaptani (dalla cisteina e dalla metionina), la putrescina-agmatina-tiroxina-fenolo (veleni generati dalla cottura di carne e pesce), il solfuro d’idrogeno e l’acido acetico, l’albumina, la fibrina e la gelatina, derivate dal brodo di carne (causatore accertato di morie a gruppi di cani alimentati a brodo), le ptomanie (sostanze che prendono il nome da ptoma, che in greco significa cadavere), il benzopirene, le nitrosammine e le aflatossine (micidiali cancerogeni), i radionuclidi o radicali liberi, le purine (sostanze azotate derivanti soprattutto dal pesce, anche crudo, anche fresco e anche sanissimo, che fanno aumentare paurosamente l’acido urico nel sangue).

La frutta del mondo intero, bio o non bio, è un tampone antiacido, antitossico, antimicrobico, antivirale

Gli stessi cancerologi, con in testa il dr Max Gerson (1881-1959), che consacrò la sua vita alla piaga del cancro, nonché al salvataggio o al recupero dei malati terminali (leggi Terapie Gerson, Macro Edizioni), sanno ormai a memoria che tutta la frutta del mondo, biologica e non, di stagione e non, è un ottimo tampone antiacido (perché i suoi acidi deboli non inacidiscono ma, per reazione alcalinizzano e tendono ad essere ossidati, dando acido carbonico che produce bicarbonati di sodio e di potassio, che sono veri e preziosi tamponi alcalini).
Sanno altresì che tutta la frutta è pure un tampone antitossine-antiscorie, che fa da scopa intestinale, ed è pure un tampone antimicrobico ed antivirale.

Mandorle e nocciole fornitrici di acido linoleico e linolenico (Omega3 positivi), e non del velenoso acido arachidonico del pesce (Omega3 negativi e dannosi per la salute umana).

Gli stessi cancerologi, non appena fanno un passetto avanti nelle loro conoscenze, apprendono pure che la frutta secca (noci, nocciole, mandorle, pinoli, semi di girasole, semi di lino, olive e olio d’oliva) contiene acido linoleico e acido linolenico, i quali si convertono in prostaglandine 1 e 3-positive, ovvero in Omega3 innocenti e preziosi, assai diverse dalle prostaglandine 2-negative da pesce e da carne, le quali formano invece acido arachidonico causatore di aggregazione piastrinica e di accumulo patologico di B12.

La saggezza degli ordini mendicanti della Chiesa Cattolica, e la formula vincente del grande igienista ligure Sergio De Gregorio

Non per niente, i quattro ordini mendicanti della Chiesa Cattolica (Dominicani, Agostiniani, Francescani e Carmelitani) hanno da sempre accettato solo noci, nocciole, mandorle e fichi secchi, dimostrando di saperla ancora più lunga di tutti i medici e di tutti i nutrizionisti di regime del globo.
Come disse il grande igienista genovese Sergio De Gregorio a un gruppo di atleti rivoltisi a lui alla ricerca di una formula per vincere: Abbuffati sì, ma di ossigeno ed aria pura, muoviti e suda, respira e traspira.
Il tuo cibo sia innocente e frugale, perché la vera forza proviene da polmoni sani, da un intestino libero, pulito ed efficiente.

Un mondo pensato male e costruito peggio, con tre quarti dei campi riservati alla cerealicoltura di allevamento

Veniamo ora alle conclusioni.
Gli OGM e la chimica in agricoltura sono il parto di una gravidanza sbagliata e patologica.
Esiste un mondo pensato male e costruito peggio.
Un mondo dove tre quarti dei terreni è riservato alla cerealicoltura d’allevamento.
Tre quarti delle risorse assurdamente impiegate per alimentare stalle e macelli.
Tre quarti della popolazione mondiale bacata nel cuore e nel cervello, convinta che tutto quanto sta accadendo sulla terra è logico ed inevitabile, per cui va bene così.
Tre quarti delle industrie, ed anche di più, che tifano affinché non si muova una foglia da questo schema diabolico, masochistico ed autocastrante.

L’industria chimico-farmaceutica punta alla eunuchizzazione della razza

Un’industria chimico-farmaceutica che punta dichiaratamente ad eunuchizzare l’umanità intera, a trasformare i maschi in femmine e le femmine in maschi, onde poter piazzare i suoi Viagra e i suoi correttivi ormonali.
Un’industria chimico-farmaceutica che è supportata colpevolmente e dolosamente da stati, governi, istituzioni sanitarie, quotidiani ridicoli e riviste ridicole, privi di originalità e di verve, privi di scienza e di coscienza, ma non certo privi di presunzione e di venalità.

I pirati dell’Alimentarius tengono in pugno la Casa Bianca e fanno cose che gli stessi Hitler e Stalin non si sognavano di fare

Un’industria chimico-farmaceutica che tiene in pugno la Casa Bianca, e che può liberamente fare scempio di ogni cultura alternativa, e che riesce a fare cose che gli stessi Hitler e Stalin non si sognarono di pensare, e cioè imporre alla gente devitalizzata ed imbalsamata concetti assurdi e metodi di cura preventiva-successiva adatti non alla salute umana, ma piuttosto all’indebolimento progressivo ed al genocidio dei popoli.

L’unico modo possibile per criticare gli OGM e sconfiggere la Monsanto

Ed è soltanto in quest’ottica che si può criticare l’industria chimica e gli OGM.
Pretendere di sconfiggerer la Monsanto, i Rockefeller, la Pfizer, la FDA, il CDC, la Casa Bianca, la GSK, i ministeri venduti e scimuniti dei vari paesi, parlando di bio o non-bio, mantenendo l’attuale baracca bio per pochi abbienti, mantenendo le mucche nelle stalle, i maiali nei porcili e le galline nei pollai, non è utopistico ed improduttivo, ma persino demenziale.
Non si arriverà mai al biologico universale, spaventando la gente e distogliendola dalla frutta normale ed inquinata, come fate voi.

Sparlare della frutta e della verdura comuni significa dare una mano al nemico

Sembrerà paradossale, ma voi state inconsapevolmente dando una mano ai medesimi pirati dell’Alimentarius e degli OGM che state combattendo.
Sparlando della frutta e delle verdure comuni e di quelle non biologiche, voi costringete la gente a rinunciare ai carrelli pieni di cibo imperfetto ma naturale ed economicamente accessibile, e la inducete a fare acquisti necessariamente striminziti nelle vostre boutique della mela e della verdura.
Chiaro che questa gente deve riempirsi poi lo stomaco comunque, e lo dovrà fare coi cibi in scatola, coi cibi cotti, coi cibi spazzatura e soprattutto coi cibi lugubri dei macellai (possibilmente bio e di origine controllata).

Il discorso bio ha senso, ma solo in una cornice di universalità

Non sono un bioscettico, caro dr Petrini.
Credo fermamente nel biologico, ma solo in senso globale ed universale.
Tiriamo via una buona volta dalla testa e dallo stomaco la carne, il pesce e la proteina animale, e vedrai che l’impennarsi del cancro negli ospedali del mondo sarà un ricordo di altri tempi oscuri.
Un grande scrittore italiano, Giuseppe Berto, ci ha regalato negli anni 60 un importante romanzo dal titolo Il Male Oscuro. Oggi non lo potrebbe più scrivere, o comunque non lo potrebbe intitolare in quel modo, visto che del cancro si sa tutto e più di tutto.

La ricetta concreta e vincente esiste ed è a portata di mano

Vuoi la ricetta unica e vincente? Esiste e non è utopistica.
Svuotiamo a ritmo incalzante tutte le stalle e tutti gli allevamenti, cancelliamo da questo pianeta la vergogna dei macelli, depotenziamo tutto il business legato alle carni e ai latticini, e vedrai che le ambizioni e le velleità della Monsanto e degli OGM, e di chi ruota intorno a questo business malandrino, risulteranno automaticamente svuotate.
Riprendiamoci le generose e abbondanti terre che il Signore dell’Universo ci ha assegnato e piantiamoci con entusiasmo tutte le sementi naturali a nostra disposizione, nonché tutti gli alberi da frutto possibili e immaginabili, e vedrai che troveremo subito sostentamento per 10 miliardi di uomini per altri 500 anni.

Veleni e farmaci in fondo al mare e l’Eden, ostaggio dei peggiori ladroni, rifiorirà

I dieci miliardi di uomini dovranno però comportarsi da uomini. Non basta la virtuosità, l’economicità, la morigeratezza, il rispetto-natura di pochi. Ci vuole una virtuosità planetaria.
Allora sarà possibile mandare in pensione i produttori di veleni chimici e di OGM, calando in fondo al mare, racchiusi in cassoni a tenuta stagna, tutti i farmaci e i vaccini accumulati dai briganti della biochimica, e la salute riprenderà a fiorire di nuovo sul giardino dell’Eden, su questa terra diventata ostaggio dei peggiori ladroni mai espressi dall’universo umano.

Serve un nuovo modo di essere, un nuovo modo di stare sulla Terra

Torniamo ad essere più semplici e più naturali, usando al minimo possibile i gadget tecnologici, ma sviluppando piuttosto la nostra autostima, la nostra curiosità e la nostra fiducia verso la realizzazione di un nuovo modo essere e di stare sulla Terra, il nostro interesse e il nostro amore universale per noi stessi, per il prossimo umano ed animale, il nostro profondo e religioso rispetto per la natura e per l’opera di Dio, e il mondo tornerà ad essere luogo di armonia e di serenità, e non più valle di malattia, di paura e di lacrime.

DISCLAIMER: Valdo Vaccaro non è medico, ma libero ricercatore e filosofo della salute. Valdo Vaccaro non visita e non prescrive. Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono sostituire il parere del medico curante.

 

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4 commenti

  1. Rimango sempre più affascinata dal tuo modo di scrivere, di essere, di vivere.
    Io parlo poco, scrivo meno, quindi non mi dilungo, ma ti farei un monumento, Carissimo Valdo. Ritrovo qui la stessa energia che mi da la frutta. Mi stai chiarendo tutti i dubbi che avevo in merito all'alimentazione.
    Lavoro encomiabile il tuo di cui ti sarò eternamente grata.

    Imma

    p.s. Mi sto rileggendo tutti i post, non voglio perdermi neanche una virgola di ciò che hai scritto. Poi appena posso passo al tuo libro che sarà la ciliegina sulla … "Fetta di ananas" 😉

  2. Come mai allora sia la frutta che la verdura biologica, una volta che passa dal negozio al mio frigorifero personale dura almeno due settimane e anche tre, ,mentre la frutta e la verdura acquistata al supermercato, e quindi non biologica, dura se e no una settimana e poi marcisce? Informo che il sottoscritto è un Perito Agrario e consce molto bene gli effetti dei deleteri pesticidi sull'organismo e non.

  3. Adriana Covini on

    Claudio a me risulta il contrario, frutta e verdura del supermercato mi dura anche un mese in frigo, mentre quella comprata dal contadino che fa lotta integrata dopo una settimana comincia a deteriorarsi.