92ENNE CON LEUCEMIA SENILE

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LETTERA

Gentile Dott. Vaccaro, mi interessa la Sua opinione su questo caso. A una  signora di 92 anni le è stata diagnosticata la leucemia senile.

La cura che le hanno prescritto è ferro e antibiotico a vita per le difese immunitarie che non ha più e trasfusioni ogni 15 giorni.

Non migliora e quasi non riesce a camminare. Secondo il sistema di cure mediche tradizionale non si può fare altro, ma sarà proprio così?

Grazie per il Suo impegno e la Sua generosità.
Maria


RISPOSTA

Ciao Maria, premetto che non avendo dati sufficienti in mano per esprimere giudizi approfonditi, le mie considerazioni saranno al momento di tipo prevalentemente teorico.

Già la parola leucemia da sola tende a fare paura. Se poi la associamo ad una persona di 92 anni e la definiamo come leucemia senile, chiaro che la paziente in questione viene vista come un soggetto senza scampo e votato a spegnersi in tempi brevi.

“Del resto questa signora ha campato per 92 primavere, cosa pretende di più? Già la medicina fa fatica ad offrire reali e stabili miglioramenti ai pazienti giovani e reattivi, che altro si vuole per una quasi centenaria, se non una cura improbabile e paradossale a base di ferro (integrazione inorganica difficilmente assimilabile senza un corredo di minerali di traccia) e di antibiotico (farmaco anti-vita difficilmente plausibile) di modo che la paziente stessa possa andarsene senza troppe lagnanze e senza troppe attese utopistiche. In più, le facciamo pure delle trasfusioni bisettimanali per garantirle una qualche forma di sostegno in questa sua emergenza finale”.

Questo il probabile ordine di idee che accompagna i medici curanti. Tuttavia, per quanto tale ragionamento possa apparire logico e scorrevole, non va mai dimenticato che 10, 20 o 90 anni, siamo sempre di fronte ad una persona vivente la quale, finché ha la ferma volontà di restare in vita e finché ha la possibilità fisica e mentale di farlo, va assistita ed aiutata senza pregiudizi, discriminazioni e limiti.

Fatto sta che le cure impostate finora dai medici non stanno producendo alcun risultato positivo, dato che la paziente non migliora e non riesce nemmeno a camminare.

Dire a questo punto che non si può fare altro è sicuramente una dichiarazione di resa e di fallimento che non merita di essere condivisa. Ed è anche una sentenza impregnata di pregiudizio.

Dire che “non si può fare altro” suona disturbante. Prima cosa si smette immediatamente di assumere le sostanze prescritte e si dà modo alle residue risorse interne di autoequilibrio, sempre presenti in ogni organismo dotato di vita, di esplicare la loro forza recuperativa.

Trattandosi di persona in condizioni oltremodo delicate bisognerà trattarla non solo con tutti i riguardi e tutte le attenzioni possibili, ma anche con la piena consapevolezza che quanto più una impresa è ai limiti, tanto più determinato e totale dovrà essere l’impegno profuso nel realizzarla.

Bisognerà parlare alla paziente facendole capire che è circondata di affetto, che tutti ci teniamo a lei e alla sua vita, bisognerà accarezzarla, massaggiarla, alimentarla in modo leggero, nutriente e digeribile. Succhi di carota-sedano-ananas, succhi di mirtillo, avocado, minestrine di verdura, cavoli e cavolfiori.

Bisognerà aiutarla a farle fare i primi passi all’interno della sua abitazione e poi ripristinare via via la sua capacità di camminare all’aperto con dei sostegni e con necessaria assistenza.

Ogni minuscolo miglioramento avrà la sua grande importanza come segnale che il miracolo sta avvenendo. Se invece le cose andassero storte, pazienza. Ma avremo sempre la soddisfazione di averle davvero tentate tutte.

TESINE DA LEGGERE

Valdo Vaccaro

 

DISCLAIMER: Valdo Vaccaro non è medico, ma libero ricercatore e filosofo della salute. Valdo Vaccaro non visita e non prescrive. Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono sostituire il parere del medico curante.

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