LA RIDANCIANA GOLIARDIA TAVAGNACCHESE

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SAPERLA PRENDERE CON FILOSOFIA

Parlare tutti i giorni di pesti vere e false, di virus colpevoli ed innocenti, di vitamine B12 ed Omega3 usati concettualmente in funzione truffaldina, di macelli e di sgozzamenti, può anche far venire la noia, il mal di testa, lo scoramento, la spoetizzazione.
Siamo etico-salutisti e naturalisti, e diamo la giusta rilevanza al valore terapeutico dello scherzo, dell’ironia, della battuta irriverente, della barzelletta proibita, dello sfogo divertente, della frase allusiva e pungente, del saperla prendere insomma con filosofia.
Il duro lavoro, il sacrificio personale e l’impegno costante sono ingredienti indispensabili per andare avanti e progredire nella vita, su questo non ci piove. Eppure, un minimo di goliardia e di presa in giro, soprattutto in concomitanza di drammi, di imbrogli, di meschinità e di cattiverie, non sono affatto fuori luogo, e servono a stemperare la situazione e a ricaricare le batterie.
Uno dice goliardia e si pensa subito all’ambiente universitario, quasi che a saper ridere e fare ridere, a saper fare baldoria e dissacrazione, siano soltanto gli studenti, le matricole e i buontemponi a ridosso di laurea.

UN PAESE ASSAI DIVERSO DA QUELLI VICINI

Tavagnacco è una borgata a ridosso della capitale friulana, ovvero a 10 kilometri scarsi a nord di Udine.
Paese agnostico, scettico, ribelle, ma non per questo meno spirituale e virtuoso di tanti altri. Tanto ruvido, trasgressivo e miscredente nei maschi, quanto pio, devoto e rispettoso nelle femmine. Dotato di una sua precisa anima, originalità, individualità, fisionomia. Paese estremamente diverso dai centri adiacenti tipo Feletto, Reana e Tricesimo.
Per non dire di Pagnacco, considerato tra i paesi “al di là dal’aghe” (oltre il torrente).

UNA COMUNITÀ TUTTO SOMMATO PROMETTENTE

Pur avendo dato il mio personale buon esempio vegetariano per decenni, non sono riuscito a convincerne tanti. Ma, diciamo pure, il paese promette bene.
C’è persino un padre che, pur non rinunciando ancora alla grigliata di carne, sta leggendo il mio libro Alimentazione Naturale, e mi ha chiesto invio di tutti i miei articoli, dato che il suo ragazzo, in durissima controtendenza con la famiglia, non ne vuole sapere di mangiare carne.
Ci sono poi diverse persone che mi ascoltano con rinnovata attenzione.

NIENTE PIÙ MACELLO E NIENTE PIÙ LATTERIA

Non è che la gente di Tavagnacco tenda esattamente al vegetarianismo, o almeno non ancora. Troppe cantinette con “formàdi e salàmp” circondati da bottiglie di Merlòt e Càbernet. Ma non esiste almeno più la vecchia macelleria, con annesso macello, dove si sgozzavano animali come niente fosse, addirittura nel cuore della via principale.
D’accordo che si è solo spostata, per cui ora se la sorbiscono quelli della frazione di Adegliacco. Ma qui si parla di Tavagnacco paese, e non del comune con tutte le altre frazioni. La contrada ne ha guadagnato in spirito ambientalistico, a rispetto di una vocazione essenzialmente naturalistica e pacifica, che è tipica della gente che ha la fortuna di vivere tra la collina del Ròcul e il torrente Cormòr.

UNA FARMACIA IN ALTERNATIVA AL FRUTTIVENDOLO

È già qualcosa, anche se nel frattempo è sorta la farmacia, a sostegno delle malattie che purtroppo, in linea con la pessima tendenza della regione Friuli, non mancano. C’è da chiedersi se essa rappresenti un segnale di progresso o, addirittura, l’opposto. È vero che si mangiano tanti asparagi, tanto radicchio e tanto tarassaco, ma la gente è tuttora ipnotizzata dalla sostanza e dal grasso, predicati troppo a lungo nelle antiche tradizioni contadine. Tant’è che il negozietto di frutta e verdura, per anni gestito da Nilda e da Tavo, non ha trovato continuazione, anche per la concorrenza dei vari supermarket sorti nella zona.

DA RAZZIATORI DI CILIEGIE AD ADULTI VIAGRATI

E i ragazzi dei tempi andati, quelli che in gioventù usavano divertirsi di sera adocchiando ogni buon albero di pesche o di ciliegie, sono diventati allergici alla frutta, e lasciano troppo spesso e troppo ingloriosamente i fichi sull’albero, a disposizione di uccelli e calabroni, e le susine a terra, a marcire per formiche, vermi e lumache, l’uva ribes e i lamponi nei cespugli, le more di gelso sui “moràrs”.
E lasciano pure sempre più spesso e sempre di più, le loro donne affrante, trascurate, inquiete ed insoddisfatte, salvo le stampelle chimiche Viagra o il simil-Viagra che la moderna e avanzata farmacia ha reso vicinissime e alla portata di tutti loro.

I SANI PECCATI DI GIOVENTÙ

“Quelle di un tempo erano ragazzate”, pensano gli ex-teppisti degli orti, “quelli erano peccati di gioventù”. Invece, non c’è proprio nulla di imbarazzante o di frustrante di cui pentirsi o di cui non essere fieri.
Serve solo un minimo di tolleranza e di misericordia nei riguardi di chi sbagliava per errore o debolezza, o anche per spirito ribelle.
Gli archeologi e i responsabili delle belle arti, da parte loro, vanno alla ricerca di vecchie opere, di cornici e dipinti di valore, di antichi segni del passato, di cose e valori da ripristinare, difendere e recuperare. Anch’essi dimenticano che, senza il recupero del fattore umano, le cose, i reperti, i valori di ieri, rimangono anonimi ed inanimati. È giusto e naturale riandare pertanto, con serenità e benevolenza, a come eravamo, fisicamente e spiritualmente.

AMBIENTALISTI IN ERBA

Non c’era televisione e non c’erano le partite. Nemmeno la Formula Uno e Valentino Rossi. Non esistevano video e computer.
Non esistevano i rifiuti e nemmeno la raccolta dei rifiuti.
Ogni pezzo di metallo era utile, e si andava a raccogliere alluminio e rame finiti nel torrente, per rivenderlo al ferraiolo che passava regolarmente col suo triciclo. Ciò permetteva a noi ragazzi di comprare dalla Nilda i nostri album di Pecos Bill, Topolino e Nembo Kid. Si può essere più moderni e più ambientalisti di così?

A LEZIONE DI SESSO DAL VIVO

Ogni quaderno e ogni penna erano preziosi. Non come oggi che si spreca tutto e si butta via tutto, e che si deve persino pagare il Comune perché ti porti via le immondizie. Si parteggiava giustamente per Penna Bianca e Toro Seduto, per Tàrzan e Cìta, non certo per i massacratori di bisonti o per i cannibali, ossia per i mangiatori di uomini e di animali.
Si andava a fragole di bosco e “a suìsui” (ciliegine selvatiche), e poi anche a istruttive lezione universitarie di sesso dal vivo, cioè a spiare le coppiette che arrivavano col tram bianco e si avventuravano tra le erbe alte della ridente campagna circostante.

PICCOLI PRECURSORI DEL NATURALISMO E DELL’ETICA SALUTISTICA

Dopo aver fatto una mangiata di mele sui moràrs dal Remit (sugli alberi dell’Eremita), si nuotava nelle fredde acque del Cormor, in aprile, in maggio e a ottobre (lo scrivente persino a dicembre col sole fuori e il ghiaccio in acqua, come ricordano el Nini, Paulino, Dario Pezotàr, e senza prendere mai nemmeno uno straccio di raffreddore o di mal di gola).
Eravamo un po’ tutti, senza rendercene nemmeno conto, degli autentici precursori del naturalismo e dell’etica-salutistica. Vita all’aria aperta, giochi all’aria aperta, tanta luce, tanta libertà e tanto movimento.

I GIOCHI DI GUERRA TRA INDIANI E FEDERALI

Noi, camuffati da indiani con tanto di archi e frecce, andavamo all’assalto delle dighe sul Cormor e dei ponticelli che i federali costruivano sul ruscello Riuàt, in ritorsione delle costruzioni che i medesimi ci avevano danneggiato in precedenza.
Il nostro quartier generale di partenza era il cortile di Giorgio Tavano, mentre gli avversari di allora si asserragliavano nei giardini interni al Castello di Prampero, sotto l’egida del contino Pietro Enrico.

ERAVAMO SEMPLICEMENTE SANI E PIMPANTI, OVVERO A PROVA DI BOMBA

Non è perché fossimo più giovani o il clima fosse diverso, che se lo fa un ragazzo di oggi finisce diritto al pronto soccorso.
Si era piuttosto sani, pimpanti e a prova di bomba, proprio grazie a quel vivere sano, a quelle ciliegie e a quelle mele, per cui “le bìghe” tirava poi maledettamente (o meglio benedettamente), favorita pure dalla assoluta assenza di medicine e di ripetute vaccinazioni.
Da queste parti, “bìghe dùre” non significava necessariamente, per noi maschi, cose sconce. Voleva solo dire essere in forma, essere attivi, essere in grado di fare qualcosa di ottimale e di portarlo a buon fine, in tutti i sensi, da quello sessuale (a quei tempi non poteva essere altro che una masturbazione collettiva di massa ai margini del Cormòr), a quello scolastico, persino a quello spirituale. Avevano tentato, i primi inquinatori del tempo, di farci sorbire alle elementari l’olio di fegato di merluzzo. Ma li facemmo ben presto correre, sputando fuori senza esitazione quelle nauseabonde porcherie. Non erano peccati, le nostre scorribande, non erano difetti veniali o mortali da confessare al prete, ma eccezionali virtù da preservare e difendere.

LA FRUTTA SPARIVA NELLE ORE NOTTURNE

D’accordo che “les Cjanùtes” (le Canine), il vecchio Zompàr, e Vittorio di Gjeto, non erano d’accordo sulla scomparsa notturna delle loro ciliegie. D’accordo che Arnèst Fisarmoniche ci tirava a ragione qualche sasso quando staccavamo le pesche dai suoi due “piarciolàrs”. D’accordo che ai Falzùs non comodava che i loro “baricòcui” (pesche noci) dimezzassero spesso oltre il tramonto, ma a quel tempo gli alberi da frutto erano davvero rari e contati. Ma eravamo tutti carichi di spirito di avventura e di trasgressione, oltre che di buongusto e sana voglia di vitamine vive.

I PROPRIETARI NON ERANO SEMPRE D’ACCORDO

Tutto sommato, quei proprietari di alberi razziati, fossero fichi, ciliegi o kaki, assolsero storicamente, senza rendersene nemmeno conto, una preziosa funzione sociale, favorendo la crescita sana della gioventù tavagnacchese di quel tempo.
L’opposto degli industriali successivi, di ieri e di oggi, che hanno rovinato e continuano a rovinare i ragazzi con merendine, lecca-lecca, bibite micidiali (gasate, zuccherate, caffeinizzate e teinizzate), dolciumi assurdi, gelati tanto gradevoli quanto chimicamente orrendi, materiale che inquina e ruba spazio ai cibi preziosi naturali e colorati di cui la gioventù ha estremo bisogno per svilupparsi senza malattie, senza diabete, senza obesità, senza osteoporosi.

LA “CIVILIZZAZIONE” A BASE DI FORMAGGIO E CRUDO DI SAN DANIELE

Sarebbe bastato piantare più alberi e smettere di razziare la frutta dai rami. Sarebbe bastato studiare un po’ di più e capire che, in ogni caso, il vero cibo umano era quello, la vera sostanza-base era quella, e non la mercede proveniente dai macelli e dagli animali piangenti e terrorizzati, sgozzati orrendamente dalle lame dei loro infausti esecutori. Mentre invece abbiamo criminalizzato noi stessi e il nostro antico modo di essere, il nostro innocente stile alimentare, e ci siamo pentiti.
Troppi tavagnacchesi si sono civilizzati a suon di prosciutti e di musetto, mandando in pensione la frutta, e con essa pure la propria coscienza interiore, il proprio feeling originario, ed anche la propria salute.

TUTTI A SBRINDELLARE CADAVERI, E AD ANNAFFIARLI CON VINO DOC

Ed oggi si ritrovano assai diversi di un tempo.
Tutti a sbrindellare la bistecca di manzo (cioè cadavere), tutti a gustare il piatto di pesce (cioè cadavere), tutti alla sagra a ordinare polenta e salsiccia (cioè polenta e cadavere), tutti a leccare il gelato (cioè latte zuccherato di bovino carcerato e condannato a morte).
E tutti a mandar giù le schifezze con l’alcol del vino, a mandar via i miasmi delle carni in putrefazione col caffè, a favorire la digestione-espulsione con la China, lo Jegermeister, l’Amaro d’Udine o il grigio-verde, a ripulire gli intestini intasati col purgante, ad abbassare colesterolo con le statine, a bombardare o bisturizzare i tumori al fegato-stomaco-intestino-vescica con la chemioterapia e la chirurgia.

TUTTI IN FILA A FARE LA DIALISI, FUORCHÉ QUALCUNO

Tutti in fila nei vari reparti ospedalieri. Chi a disintossicarsi, chi a fare la chemio, chi a fluidificare il sangue, chi a fare la dialisi. Una vera e continua ecatombe. Senza contare quelli che non fanno nemmeno la fila, e che stanno già a riflettere sui propri sbagli, e a riposare sotto un loculo cimiteriale, dopo aver subito l’estrazione del timo, della cistifellea, del duodeno, del polmone, del testicolo, o della vescica.
Anche i mangiatori di frutta e verdura muoiono, ma lo fanno preferibilmente tardi e dipartono pure con minori grattacapi, per cui sono pure allenati meglio a mangiare con profitto spirituale il ledrec cul poc dalla parte contraria.

UNO SPLENDIDO PAESINO A DISPOSIZIONE DEI NOSTRI FIGLI

Per i vivi e per i sani, e lo auguriamo pure per i malati capaci di recuperare, il nostro bel paesino è tuttora a disposizione, pittoresco e rurale, moderno e selvaggio, rigorosamente senza macelli, senza alcun albero di bistecche e di hamburger, e con tantissimi alberi virtuosi di ciliegie e di fichi, e di ogni altro ben di Dio.
E non c’è nemmeno più la scusa del lungo inverno dove la frutta latita.
Una serie di supermercati si fanno concorrenza per rifornirci di banane, ananas, uve e pompelmi, arance e kiwi, patate e carote, pomodori e peperoni, in ogni stagione.
Non ci sono più scuse per ingozzarsi con materia cadaverica e dolciumi.
Né a Natale né a Pasqua, e in nessun altro momento dell’anno.
Si è sempre in tempo per cambiare, rimediare, salvarsi il corpo e pure lo spirito.

TORNIAMO ALLA NATURA!

Basta con le povere galline massacrate e gli splendidi porcellini sgozzati. Basta con le civili e pacifiche mucche violentate, depredate dei loro bambini, sfruttate indecentemente e poi ringraziate con un bel viaggetto rilassante al macello più vicino. Lungo i boschi del Cormòr si trovano magnifici funghi nella stagione calda, ma anche ottime verdure in quella fredda. “Tàle” (tarassaco), “lidrichèsse” (radicchio di campo) e “ardielùt” (valerianella), non mancano mai, mentre con i primi segni di primavera esplode e fiorisce tutto il resto.
A cominciare dagli asparagi selvatici e coltivati.
Per non dire degli urtizzòns (punte di luppolo), degli “sparcs di rùscli” (germogli del pungitopo), del “litùn” (selene), del “confenòn” (varietà di tarassaco), del “pan-e-vìn” (acetosa), del “pan-e-cuc”, della menta selvatica, del crescione d’acqua, del crescione di terra, della rucola selvatica, del topinambur selvatico, dei tanti germogli di altre piante mangerecce (lampone selvatico, rovo, vitalba, vite, vìdule o campanelle).

DUE PANCHINE STORICHE E UNO SFUEI DA FAVOLA

Arrivando nella piazza principale del paese, dedicata al conte Bruno di Prampero, si notano due panchine, dipinte oggi di verde, poste accanto all’ingresso dello storico Bar al Tram. È un vero peccato che tali strutture, da bravi oggetti inerti come sono, non siano dotate di parola.
Grazie all’attuale primo cittadino Mario Pezzetta, e non a caso “ex-Circolo Marcuse”, di sicuro tra i più attivi sindaci della storia del Comune, l’antico “Sfuèi” (Sfoglio) è diventato una bellissima ed elegante piazza, degna della bellezza architettonica dell’intero caseggiato storico che si dirama lungo la centrale via Matteotti per arrivare al famoso ristorante Al Grop e alla chiesa di San Antonio.

UNA CELEBRE SAGRA DEGLI ASPARAGI E UNA SQUADRA FEMMINILE DI SERIE A

Su quelle panchine, servite per decenni dalla mitica e rimpiantissima coppia Amabile ed Artico Marinàr, ben coadiuvati dall’originale figlio medico Luigino di Crop, si sono alternati personaggi unici, tipo Suèro, Viliàn, Chèco Pigàn, e diversi altri.
Oggi il paese si è modernizzato, ed è inglobato nel comune omonimo che ha sede nella vicina Feletto Umberto, ed è classificato tra i più floridi e positivi d’Italia per ritmo di sviluppo. La sua squadra di calcio maschile milita ancora tra i dilettanti, ma quella femminile si fa sentire invece a livello nazionale, misurandosi armi pari con le compagini della Roma, del Torino, della Fiorentina e del Milan. La sua ormai cinquantenaria Sagra degli Asparagi è sempre la più rinomata del Friuli, e i magnifici percorsi ippici e ciclabili lungo il torrente Cormòr rivelano una propensione sociale ed ambientalistica di prim’ordine, apprezzate anche nei paesi d’oltre confine.

QUANDO I TAVAGNACCHESI IMPARERANNO A GRADIRE L’ASPARAGO E NON IL RESTO, SARÀ UN GRANDE GIORNO PER IL LORO BENESSERE

Quando i tavagnacchesi impareranno che i loro ottimi asparagi si apprezzano e si degustano assai meglio, e fanno molto più bene alla salute, con semplice olio di oliva integrale, o al massimo nella versione “alla polacca”, ma sempre senza uova e senza altre sostanze animali, sarà un grande giorno per il loro asparago, la loro economia e il loro apparato gastrointestinale. A quel punto la Sagra Vegetariana degli Asparagi, più distinta, originale e persino unica, diventerà un fatto nazionale, andrà cioè in serie A come le calciatrici locali, e sarà sulla bocca di tutti. Non nasconderà dietro l’asparago “il purcìt” (il maiale), la gallina allo spiedo o le sue uova. Non nasconderà dietro la patata il cadavere del maiale e del capriolo (vedi sagre parrocchiali e cattoliche di Godia e di Ribis, che resteranno invece sempre piccole e limitate, fin quando non scomparità lo spiccato carnivorismo dei rispettivi parroci).
Non nasconderà dietro il vino, tanto miserevole sangue di civilissime persone, piumate o quadrupedi, barbaramente ammazzate (vedi le sagre del vino, a Nimis, Cividale, Buttrio e dintorni).

IL CASTELLO DI PRAMPERO, LA STORICA VILLA AL PARCO E IL CASEGGIATO SETTECENTESCO CENTRALE LA RENDONO UNA PICCOLA PERLA FRIULANA A DUE PASSI DA UDINE

Il Castello di Prampero, la centrale Villa Rigo o Al Parco, con annesso locanda-ristorante, dove soggiornarono in passato sia Napoleone che Vittorio Emanuele III, e la stessa struttura architettonica della contrada di origini cinquecentesche, con borghi e case costruite senza soluzione di continuità fino all’estremità ovest dell’abitato, fanno di Tavagnacco una vera piccola perla del Friuli.
Uscendo poi dal paese in direzione Pagnacco o Leonacco, ci si tuffa in un magnifico polmone verde di colline disegnate intorno alla valle del Cormòr, che l’Autostrada Alpe Adria non è riuscita a rovinare del tutto.
Ma il capitale più importante di questa frazione-capoluogo non sta affatto nelle cose che ho appena descritto. La vera ricchezza di Tavagnacco rimane sicuramente la sua gente, da sempre unica e diversa, da sempre carica di un sano e straordinario spirito umoristico, di una sua profonda spiritualità anticonvenzionale e sui-generis.

UN HUMUS CHE NON TRADISCE

Non ci si lasci però ingannare dalle apparenze. La terra e l’aria di Tavagnacco non hanno mai tradito in fatto di humus e di produttività.
Cominciarono già i conti di Prampero a distinguersi per eroismo e coraggio su tutti i fronti, a partire dal Cinquecento, come indica la stele in marmo posta al centro del giardino contesco.
E ha continuato pure la gente normale, dimostrando che la nobiltà non sta necessariamente nel colore blu del sangue, ma nell’intelligenza, nel cuore e nello spirito. Questa comunità laboriosa e concreta di duemila anime ha espresso un grande imprenditore come Aldo Bernardino nel settore del cemento e dell’acciaio, e continua a sfornare giovani di valore, che spesso arrivano ai vertici dei titoli universitari.

PRODUTTIVITÀ, LABORIOSITÀ E OTTIMA REPUTAZIONE DEL LOCALE ARTIGIANATO

I suoi falegnami e i suoi mobilieri, i suoi sarti, i suoi designers sono apprezzati nell’intera regione. Stesso discorso per i tanti artigiani del settore edile, elettrico, termoidraulico. Ieri come oggi, si alzano che è ancora buio e finiscono di lavorare col buio successivo.
Gli agricoltori fanno altrettanto, e vengono giornalmente premiati da clienti che giungono da lontano, anche da oltre confine, a comprare i loro prodotti. I ristoranti sono pure rinomati, con la tricentenaria Trattoria al Grop in testa a tutte.

CHI LAVORA DURO DESTA AMMIRAZIONE, MA NON FA RIDERE NESSUNO

Chiaro poi che, chi lavora duro, non è mai materia da palcoscenico.
Chi ci dà dentro, e si sacrifica davvero, non fa ridere nessuno, e magari viene pure deriso. In più, non ha tempo da perdere nelle troppe frasche ed osterie che ancora abbondano nei paesi friulani. Non trova il modo di togliere ore dal sonno per ascoltare gli irrequieti, gli artisti, i filosofi e gli scapigliati, che pure esistono da queste parti.
Come non fa troppo ridere la gente timorosa del buon Dio, quella che va regolarmente in chiesa la domenica, e che non è allergica all’acqua santa, come la maggioranza dei tavagnacchesi.
Gli abitanti seriosi di Tavagnacco ci scuseranno dunque se in questo documento dedicato alla goliardia non li abbiamo inclusi o sottolineati singolarmente, pur portando a loro il massimo rispetto possibile.

UN PAESE A VOLTE IRRIVERENTE, MA PACIFICO E PRIVO DI CRIMINI

Se qualcuno poi pensasse, dalle storielle sotto riportate, che Tavagnacco sia un paese di gente specialista nell’alzare il gomito o nel comportarsi maluccio, se lo scordi immediatamente.
Non ci sono drogati, non ci sono violenze e non ci sono crimini.
Non vi si registrano i guasti che spesso si notano da altre parti.
Lo sanno bene i carabinieri del posto, i cui registri tavagnacchesi riportano al massimo qualche infrazione stradale.
I personaggi da noi citati sono tutti, dal primo all’ultimo, amati e rispettati nella memoria (quelli andati) e nell’affetto odierno (quelli vivi). Chiaro che l’alterazione da vino è considerata giustamente una forma di drogatura, per cui non intendiamo spingere nessuno a imitare i bevitori citati, o a ricorrere all’alcol per fini artistici.

BISOGNA SAPER RIDERE ANCHE SENZA ALCOL NELLO STOMACO

Stare con la salute significa essere rigorosamente contro tutte le droghe, e l’alcol è stato per anni, sia qui che altrove, una droga niente affatto innocente per troppe persone, inclusi alcuni degli eroi da noi citati.
Occorre saper ridere e saper essere divertenti con l’acqua di fonte, quella che il grande Viliàn amava tanto, ma solo il lunedì.
“Se c’è qualcosa che mi fa tanto male, è l’acqua minerale. Miracolosa sarà ma per piacere io non la posso bere”, era il ritornello più noto, che Fred Buscaglione cantava sui primi schermi in bianco e nero.
Divertiva da matti, ma troppa gente da queste parti lo prendeva in parola.
Finì male lui, e finirono male pure quelli che lo vollero imitare con troppo realismo, purtroppo.

GLI SCAMBI GOLIARDICI TRA ECONOMIA E MEDICINA

Oggi la città di Udine vanta uno dei migliori atenei italiani ma, negli anni 70, dire università significava dire Trieste. A quel tempo frequentavo la facoltà di Economia e Commercio.
Ricordo ancora le tipiche scritte oscene ed indecenti che apparivano nei gabinetti prospicienti la sala Veneziàn.
Una in particolare, firmata da un anonimo studente di medicina, mi aveva colpito, al punto che la ricordo ancora: “Le troiette di Economia e Commercio sono sagge ed avvedute: fanno economia col davanti e commercio col di dietro”. La vendetta non si fece attendere troppo. Qualche giorno dopo, nei gabinetti di medicina apparve un tazebao di questo tenore: “I medici sono i più scientifici, i più solerti e i più impegnati: 6 mesi di studio sulla fisica, 6 mesi sulla chimica, 6 mesi sulla biologia, 6 mesi sull’anatomia, e 4 lunghi anni di studio sul come metterla nel culo ai pazienti”.

MA IL MASSIMO DELL’ILARITÀ STAVA SEMPRE IN ZONA SFUEI

Pensavo di aver trovato il massimo in fatto di ilarità e dissacrazione.
Pensavo di essere al centro del mondo in tema di clima e spirito goliardico. Ho dovuto poi ricredermi più volte, e sempre grazie a quelle due panchine sullo Sfuèi di Tavagnacco, dove se ne vedevano delle belle.
Dove si divertivano sia gli attori, ai quali serviva di sicuro un tocco di carburante in più, che gli spettatori, molto ben disposti a concedere il taglietto a chi gli regalava un’ora di spasso garantito e gratuito.

“ROMEO” E ARTICO DI CROP

Romeo, tavagnacchese doc, abitava in zona Pagnacco.
Ma, negli ultimi anni, aveva sentito l’irresistibile attrazione per il paese d’origine. Tanto serio e misurato era stato nella sua vita familiare e lavorativa, quanto mattacchione e disinibito diventava in questi frangenti, soprattutto quando si trattava di fare dispetti clamorosi ed eclatanti al suo grande amico Artico di Crop, detto Marinàr.
Si conoscevano da una vita e gli episodi che racconteremo, apparentemente rudi ed indecenti, non devono trarre in inganno. Tutto avveniva nell’atmosfera più allegra ed amichevole possibile, a parte la suspense e la tensione dei momenti topici.

UNO SPETTACOLO OGNI VOLTA NUOVO E INTERESSANTE, UN CONTINUO HAPPENING

Erano gli anni d’oro, e Romeo imperversava nel dopopartita domenicale.
Capitava con cronometrica cadenza, addobbato nella bandiera delle zebrette udinesi, con tanto di tromba e di adeguata riserva vinaria nello stomaco.
Il brusio della gente che stava sui tavoli esterni all’osteria, spariva per magia non appena lui prendeva posto sull’unico tavolo libero ormai a lui solo riservato. Lo spettacolo era all’inizio. Ogni volta interessante. Ogni volta nuovo. Un autentico happening. Nessuno voleva perdere le sue battute. Servivano di carica e di stuzzichìo mentale per tutta la lunga settimana.

L’IRRESISTIBILE TEATRO DI “ROMEO”

“Marinàr, un tài!” (Marinaio, un taglio, un bicchiere di rosso!)
Passa un minuto, due, tre. Silenzio sempre assoluto e qualche ridolino represso si trasforma in improbabile tosse di qualcuno.
È noto da queste parti che al Marinàr servirebbe un botto di capodanno sull’ingresso, per svegliarlo dal suo caratteristico torpore, da quella calma che qui chiamano eufemisticamente “plakee”.
Un pugno sul tavolo metallico fa sobbalzare qualcuno di spavento.
“Marinàr, un tài!” Ripete Romeo, spazientito.
Tutti già sanno che non lo farà una terza volta.

IL TAVOLINO A GAMBE ALL’ARIA E LA TROMBETTA CONTRO LA PORTA

La scena si è già verificata in precedenza, ed è poi sempre successo qualcosa di strabiliante. Il tavolino lasciato gambe all’aria, in segno di disprezzo. La tromba lanciata contro la porta d’ingresso, per svegliare l’oste dalla sua epidemica sonnolenza. La grondaia scambiata spettacolarmente per un Vespasiano. La predica vendicativa contro la Marina Militare e contro i Marinars di Paluut (Marinai di Palude). La speranza che al prossimo concistoro, assieme a papi, vescovi e cardinali, fosse incluso anche il cognato prete del Marinàr, e che quelli del circo Togni liberassero dentro un branco di leoni affamati, in grado di sbranarli tutti. Ma questa volta, l’irrequietezza di Romeo pare incontenibile. Promette fuoco e fiamme. Lo si deduce da come maneggia le sponde del tavolino e da come ha appena trasformato il Messaggero Veneto in una palla di carta.

QUALCOSA VOLA CONTRO LA MACCHINA DEL CAFFÈ E LE BOTTIGLIE DEL BAR

Come da copione, non si sa se per sordità, per pigrizia, per una mezza pennichella, o se magari per farlo apposta, il Marinàr si guarda bene dal presentarsi all’uscio. A quel punto, Romeo porta la mano destra in bocca, stacca di brutto la dentiera, si avvicina all’ingresso del bar e la lancia con forza e millimetrica precisione contro la macchina del caffè e le bottiglie, causando un mezzo pandemonio. La trentina di spettatori che fino allor hanno represso al meglio ogni esternazione, sono ai limiti del collasso, anche se la scena non è ancora finita.

IL TRIPUDIO DEI PRESENTI, CON OCCHI LUCIDI E UNA MANO SUL VENTRE, MENTRE A UDINE CHIUDE L’ODEON ED ANCHE IL CINEMA CENTRALE

Il buon Artico, appare finalmente tra l’ironia generale: “Ma Dio, Ce stàial sucedènt ki?” (Ma Dio, cosa sta succedendo qui?)
Altro pugno sul tavolino e, voce roca e digrignante tra le nude gengive:
“Marinàv, io boe, o ai dìte un tai!” (Marinaio, ho detto un taglio!) rilancia Romeo, tra il tripudio e l’ovazione generale degli astanti.
Al che ognuno torna a casa con gli occhi lucidi, e con una mano sulla pancia. Lo stesso Marinàr, sia ben chiaro, era il primo a ridere da matti, al termine della giornata.

ARTICO E AMABILE SIGNIFICAVANO TEATRO E ALLEGRIA

Si sentiva al centro del bel mondo. La sua fama varcava chiaramente i confini del Comune. Veniva spesso gente da Branco, Feletto, Ribis e Reana, per evadere dalla noia locale e sganasciarsi in quel di Tavagnacco.
Avrebbe pagato dei soldi per avere quella medesima scena almeno una volta al giorno, e non solo a domeniche alterne. Non a caso, a Udine, hanno chiuso in quegli anni, una dopo l’altra, le più grosse sale cinematografiche. Tognazzi e Vianello, Rick e Gian, Ciccio e Ingrassia, facevano ancora ridere ma, con una concorrenza sleale di questo tipo, non poteva che finire in quel modo.

CHECO AFRIKE, PRIMATTORE DEI GIORNI FERIALI

Ma le occasioni teatrali, i momenti esilaranti, non mancavano mai, nemmeno durante i giorni feriali, al “Teatro La Scala” di Artico.
A due passi di distanza, abitava Chèco Afrike, concorrente tavagnacchese di Cecco Angiolieri. Era del tutto allergico a preti e monsignori. La chiesa per lui era il massimo simbolo dei demoni e della cattiveria umana. Quando vedeva una gabbana nera in lontananza, cambiava direzione.
Ma, per sua malasorte, aveva avuto per madre Lìse Pigàn, la più buona e la più pìa donna del paese, tutta preghiera e segni di croce.

CIRCONDATO DALLA MALASORTE

A conferma poi che le disgrazie non arrivano mai da sole, era circondato ed ossessionato da una serie incredibile di vecchie zitelle, pure devotissime alla parrocchia, ai santi ed al rosario: Gjggje, Gjovàne e Marceline, nella porta adiacente, Vittorie e Anùte di Gjèto, in cime al borc. Senza contare i dirimpettai Matiùs, laboriosi e attivi, ma sempre gente di chiesa, e per giunta con un reverendo in famiglia.
Si sentiva preda di un gioco satanico, di un dispettoso ed immeritato tiro del destino. L’ultima arrivata poi, la vedova Angjelìne, anche se più ciarliera, sorridente e aperta delle altre, era abbonata alla Vita Cattolica, e questo già bastava ed avanzava per alienarsi le simpatie e la sopportazione da parte del nostro eroe.

DAI PATIMENTI DELLA PRIGIONIA D’AFRICA ALLE TORTURE DELL’ACCERCHIAMENTO ECCLESIASTICO

Dopo i patimenti dei cinque anni di prigionia nella campagna d’Africa, e le torture subite dai carcerieri musulmani che lo costringevano tre volte al giorno a piegarsi in direzione della Mecca, non era possibile tornare a casa e trovarsi in quella situazione, piombati cioè malamente dalla padella nella brace. L’unica scappatoia era la panchina di Artico, e soprattutto “el Clìnton” o “l’Americàn” delle sue damigiane.
Il problema era che, la brava moglie Tunìne, fisicamente assai più giovane e prestante di lui, non esitava a prenderlo di peso e trascinarlo a casa, quando non ne poteva più. Chèco, dal suo clap del vicolo, che lui denominava “Borgo dei Sette Letamai”, arringava ogni pomeriggio estivo una folla immaginaria, e riversava in particolare sulla sua nuova dirimpettaia, la bigotta e sempre-a-messa Katine, un irresistibile campionario di bestemmie e di sentenze oltraggiose. “El Clap” (il sasso) di Checo, più che rilassante sedile in pietra, era diventato il suo palco personale dei comizi. “Pùi une e va in glèsie e pùi magàgnes e à”, era il suo esordio preferito, che provocava già una frettolosa chiusura delle serrande da parte della donna.

QUANDO IO MUOIO, NON VERMI MA SERPENTI

Sporchi, ludri e farisei, erano etichettati papi, cardinali, vescovi e pievani. Miserabili e plebei, erano i termini riservati ai ricchi del paese, ovvero gli allevatori con oltre 10 mucche e i loro pari-ruolo macellai. Finito il carburante, Chèco riguadagnava la panchina di Artico, e bastava “un quart di nèri” per ridargli tutta la carica e l’ispirazione necessarie a regalare un’altra mezzora supplementare di teatro.
A chi gli chiedeva un parere su Andreotti e Fanfani, rispondeva, memore dei suoi trascorsi in Libia, con un dispregiativo “Italy, Arabek!”
La sua chiusura finale era un po’ come quella dei parroci al termine della funzione domenicale. Solo che, anziché dire “La messa è finita, andate in pace”, lui concludeva con un roboante “Io bòe, cuant che o mur iò, no an di vignì fur viàrs, ma sarpìns” (Quando muoio io, non devono uscire vermi, ma serpenti). Un piccolo grande uomo, in insanabile conflitto con le vicine di casa e con l’establishment mondiale.

IL FILOSOFO SUERO E LA CICLISTA BRUTTA

La frequenza più stabile in zona Sfuèi, era quella del filosofo Suèro, naso importante e gibboso, figlio-fotocopia del mangiapreti Agnul.
Tra una partita a briscola e l’altra con l’allora quasi-medico Luigino, gli insegnava il metodo migliore per assimilare il volume di biologia.
“Tu sbrèghes les pàgines e tu les dìsfes in une caràffe di nèri. Une bièle bevùde, e ti èntre le sciènse” (Strappi e sciogli in una caraffa di rosso. Una bella bevuta e ti entra la scienza).
Quando poi transitava in bicicletta una donna non esattamente attraente, diceva di aver trovato quella che gli dava pane per i suoi denti.
“D’acòrdo che al val sìmpri el princìpi dal Bàste che rèspiri, ma che lì mi bàt di sigùr. E iè stàde fàte cul masànc” (D’accordo che vale sempre il principio del “Basta che Respiri”, ma quella lì mi batte di sicuro. È stata fatta non con lo scalpello dello scultore, ma con l’approssimazione dell’ascia e dell’accetta).

I PARCHEGGI ESILARANTI DEL VIOLE

A giorni alterni, arrivava El Viole, gran bevitore seriale che abitava nella parte opposta dello Sfuèi, e che la sorte infame gli aveva appioppato “un gàtul” (una fossa a cielo aperto) proprio a fianco della sua casa. Tra il posto di lavoro e la sua abitazione esistevano una decina di osterie, e nel suo contratto di lavoro ci doveva essere una precisa clausola sindacale che lo obbligava a non saltarne nemmeno una sulla via del ritorno. Nel fare la sua elaboratissima manovra di parcheggio serale, finiva immancabilmente col muso della sua Fiat dentro quel maledetto fosso, tanto che il figlio aveva posto la corda-traino pronta per l’uso nel vano esterno della loro finestra.

IO BOE, EL GATUL MI A TACONAT ANCJE USGNOT

Dopo non poche difficoltà, El Viole, omone grande e grosso, riusciva a saltar fuori da quella trappola di macchina e, anziché entrare in casa e sentirle dalla moglie, veniva a consolarsi al suo ennesimo punto-ristoro, alla sua undicesima tappa della serata, che era la panchina di Artico e Amabile. Veniva a consolarsi tra i frequentatori dello Sfuèi che già si erano spanciati nell’assistere in diretta alle sue irresistibili manovre di parcheggio. “Io bòe, el gàtul mi a taconàt ancje usgnot. Dut parcè che a che òre ca no si viòt ben” (Il fosso mi ha chiavato anche stasera. Tutto perché a quest’ora c’è scarsa visuale!)

VILIAN PER IL SABATO SERA

Ad ogni fine settimana, puntuale all’inverosimile, arrivava il mitico dottor Viliàn, quello che, emigrato a Monaco di Baviera, alla richiesta di denaro dal padre “per alzare la casa”, rispose con il famoso telegramma “Caro babbo, per alzare la casa basta abbassare il cortile”.
Lavorava diversi campi ereditati dal padre, più per hobby che per necessità. Più che agricoltore era un vero artista.
Dopo aver fatto un rifornimento preparatorio in zona Grop, in compagnia dei prediletti Renato e Franco Titòn, era pronto per la performance del sabato sera, tra i soliti sfaccendati e goderecci dello Sfuèi.
Usava il bicchiere come microfono, e deliziava la platea con un nobile repertorio tipo Ma le gambe, L’Edera, Non dimenticar, Whisky Facile, stile Fred, ma anche Pensami, stile Julio Iglesias.

UNA MEDIA DI QUINDICI MICROFONI A SERATA

Faceva il giro dei tavolini e ad ogni gruppetto dedicava una canzone, al termine della quale il suo microfono doveva essere riempito. Alla fine della serata, aveva mandato giù una media di almeno 15 microfoni, che diventavano il doppio con quelli assorbiti in precedenza.
Ma il Viliàn era originale e raffinato anche nella detossificazione.
Passata la buriana domenicale, il lunedì era rigorosamente dedicato all’acqua di sorgente. Si trascinava, ancora intontito, in zona Citòn, e più precisamente a fianco del Cormòr, sopra “le Scavàde”, dove smaltiva i fumi dell’alcol.

UN LABORIOSO, AUTOREVOLE E SIMPATICISSIMO SIOR BEPO

Di fronte ad Artico el Marinàr c’era Bèpo dal Pàrco, altro personaggio non meno all’altezza della situazione. Siòr Bèpo era tutto l’opposto di questi perditempo. Li guardava con commiserazione e malcelato disprezzo. Li avrebbe mandati tutti a lavorare in miniera. Per lui il tempo era sacro, l’economia basilare, ed ogni uomo doveva sudare dall’alba al tramonto, se voleva guadagnarsi davvero il pane ed essere meritevole di stare al mondo.
E dava a tutti il suo personale buon esempio.

LA PULIZIA ACCURATA DEL MARCIAPIEDE E UNA STRAVAGANTE POMPA DI BENZINA

Dove trovi un titolare di bar-albergo-ristorante che tutti i giorni di mattina presto sta a pulire accuratamente, scopa alla mano, il marciapiede che circonda la sua vasta proprietà? Ne aveva comunque viste troppe per non acquisire un’eccellente potenzialità comica, a malapena camuffata dal suo fare serioso e intransigente, tutto attento al soldo ed al bilancio.
Con l’era della motorizzazione, aveva avuto la balzana e stravagante idea di installare un minuscolo distributore di carburante di fronte alla sua locanda, pensando di rafforzare ulteriormente la sua potenza economica, che a quel tempo contava pure sul dancing all’aperto e sui campi di bocce sotto i pini secolari del Parco.

IL CICLONE MAGNARO

Erano quelli i tempi di Louis el Magnàro, ragioniere di grande simpatia e talento, che aveva appena trovato per il rotto della cuffia il primo posto di lavoro in zona Reana, cinquantantamila al mese escluso trattenute.
Era arcinoto per la sua mania del risparmio e della pianificazione giornaliera delle spese. Aveva acquistato, con 10 cambiali da 7000 lire caduna, una precaria e traballante Fiat Cinquecento.
In breve diventò il suo più affezionato ed importante cliente.
Ogni due giorni bussava alla porta dell’Osteria.

UNO! INTENDI UN PIENO? CHE SEI MATTO: UN LITRO!

E Siòr Bèpo, lasciava a malincuore il suo ruolo di prestigioso oste, per diventare benzinaio di lusso.
Solo che, dopo aver chiuso a chiave la cassa, guadagnato la porta e attraversato la via (la pompa si trovava oltre la strada), el Magnàro gli passava il suo mega-ordine: “Un”, gli diceva laconico. “Tu intìndes un plen no?” (Intendi un pieno vero?), ribadiva Bèpo. “Sètu fur di cjàf?
Un litro!”, precisava l’altro, lasciandolo di sasso. Bèpo restava incredulo ed esterrefatto. Ma, si sa, il cliente ha sempre ragione.
Lui era un tipo abituato a fare i conti in ogni momento. Su un litro a 120 lire, si guadagnava l’8 per cento, vale a dire una moneta da 10 lire.
Un bicchiere di vino lo faceva pagare 35 lire, ma ne guadagnava 15.
Per rifornire il Magnàro e guadagnarsi 10 lire, perdeva 2 bicchieri di vino che gliene rendevano 30. Cominciò a fare qualche riflessione.

L’OSSESSIONE DI SIOR BEPO E LA CANCELLAZIONE DEL CONTRATTO CON LA SHELL

La cosa andò avanti per alcuni mesi, col Magnàro che, un giorno sì e un giorno no, rientrava a casa appiedato, essendo rimasto in panne, cioè a secco di benzina, all’altezza della vicina strada statale Pontebbana.
Il Magnaro diventò in breve l’ossessione di Siòr Bèpo.
Se lo sognava persino di notte. In uno di questi incubi notturni il suo persecutore entrava in osteria e gli ordinava disinvolto un bicchierino, non di grappa ma di benzina. Ne parlava ormai tutto il paese.
Alla fine, Bèpo si decise a prendere una drastica e saggia decisione.
Pagò una penale e ordinò alla Shell di togliergli dai piedi quella incredibile pompa. E il Magnàro, persa la sua unica risorsa, fu costretto a vendere la Cinquecento e a ricorrere per altri anni ancora alla Lambretta arrugginita del padre.

LA FINTA MORTE DI BEPO DAL PARCO

Bèpo però non era solo monete e banconote, e senso dello humor ne aveva da vendere, tanto dall’essere il primo a sghignazzare sulla spassosa e funerea barzelletta cucitagli addosso su misura, in largo anticipo sulla vera dipartita, dal geometra Giovanni Zamparo:
È disteso sul letto. È giunta l’ora anche per lui. Al suo capezzale sono accorsi amici e parenti.
“Legre, dulà sètu?” “O sòi ca Bèpo Miò”, e gli stringe la mano destra. (Legra, dove sei? Sono qui Bepo mio).
“Elida (la cameriera aiutante), dulà sètu?”. “Sior Bepo, O sòi ki ancje iò”. (Elida, dove sei? Sono qui anche io Signor Bepo).
“Luisa, e tu?” “Si papà”. E gli accarezza la fronte.
“Disèmi di Pierino. Pierino dulà isal?” “Pa’, dulà ùtu c’o sèdi. O soi sentàt sul to ièt”, e si avvicina per dargli una carezza. (Ditemi di Pierino. Dove sta Pierino? Dove vuoi che sia babbo. Sto seduto qui sul letto) “E Scjèfen, dulà ìsal Scjèfen?” “Papà, o sòi ca àncje iò”. (E Stefano, dove sta Stefano. Papà, son qui anch’io). Ma alòre, io bòe, io sacramént e dùtes les madònes, cuìsal daùr dal banc? (Ma allora, porca la malora, chi è che sta dietro il banco e alla cassa del bar?)

LA BARA NASCOSTA SOTTO IL LETTO

Le barzellette si dicono per ridere, ma a volte producono brutti scherzi.
Bèpo, che stava in piena forma, ed era ben lungi dalla sua dipartita, cominciò tuttavia a filare sulla sua morte vera.
E ritenne che fosse il momento di pensarci e di pianificare anche quella spesa, visto che ogni cosa al mondo aumenta di prezzo.
Decise così di ordinare in largo anticipo una cassa da morto, che teneva gelosamente nascosta sotto il letto, provandone e riprovandone spesso le misure, come si fa con un comune abito da cerimonia.
In fatto di umorismo, forse un po’ macabro, ma anche sopraffino, Bèpo dal Pàrco non era secondo a nessuno.

LEANDRO, IL PIÙ ELEGANTE E DANDY DEL VILLAGGIO

Tra gli autori dei peggiori scherzi, spopolavano i giovani e gaudenti fornai del paese. Leandro non amava andare lontano.
Pur abitando di fronte al Grop, usava l’auto per fare una sosta notturna da Renato, una seconda da Fiorello in centro-paese e una terza da Bèpo o da Artico sullo Sfuèi. In tutto non più di trecento metri.
Era di gran lunga il più elegante e dandy del villaggio.
Sempre rigorosamente educato e spassoso, indipendentemente dai tagli di merlot nello stomaco. Sempre in abito grigio o scuro, accompagnato da onnipresente cravatta rossa o da farfalla chiara. Linguaggio forbito e lingua rigorosamente italiana per distinguersi, anche se friulano al cento percento. Il bersaglio ideale per dei buontemponi di quel calibro.

I BIANCHI D’UOVO SUL SEDILE DELL’AUTO

Gliene facevano davvero di tutti i colori, in continuazione.
Come quando gli inzupparono di nascosto il sedile dell’auto con due chili di bianchi d’uovo. Uscì dall’osteria Da Fiorello ed entrò nella sua Ford, ignaro della sorte iniqua che lo attendeva. Avviò come al solito la chiavetta di accensione, e si diresse verso lo Sfuèi. C’era qualcosa di strano, al di fuori del normale in quell’abitacolo. Che cacchio succede al mio sedile, pensava. Lo sento meno ruvido e più scivoloso del solito.
Giunto in piazza, parcheggiò l’auto e fece per scendere. Ma non riusciva a staccarsi dal posto di guida. Incollato come un manifesto elettorale. E soprattutto il sedere ignobilmente inzuppato, anche se non gli risultava di essersela fatta addosso, non ancora, almeno. Richiamò l’attenzione col claxon, finché qualcuno venne ad aiutarlo, tra l’immaginabile ironia generale.

CARNERA DI BRANC E IL VALORE DELL’ACQUA

Il valore dell’acqua sorgiva lo conosceva bene anche Carnèra di Branc, altro personaggio dibattuto tra l’acqua di vigna e quella di sorgente, Dòides o Citòn poco importa. Alternando sapientemente vino e acqua, acqua e vino, visse a lungo e tutto sommato in discreta armonia con se stesso e con la società, regalando a tutti la sua aria strana, irriverente, decisamente artistica. Avrebbe potuto di sicuro fare meglio e di più a Parigi Montmartre, o a Roma in Via Margutta.
Ma anche in zona Tavagnacco seppe a modo suo auto-realizzarsi, e lasciare un buon ricordo, soprattutto tra i produttori locali di Merlòt.

BRANCAGNOLO, MA CITTADINO ONORARIO DI TAVAGNACCO

Abitava in Branco, un chilometro a sud, ma ambiva in continuazione a diventare cittadino onorario del Trio dai Tre Cròps, nome con cui spesso chiamava Tavagnacco, riferendosi alle tre maggiori osterie del paese (Renato al Grop, in zona chiesa, Fiorello in centro e Artico nello Sfuéi, tutti Del Fabbro e tutti Cròps). Lo chiamavano Carnèra per la sua mole imponente, soprattutto in altezza. Mole che non gli impediva di fare in bicicletta, con ingombrante violoncello sulle spalle, il tratto Branco-Tavagnacco, in leggero ma impegnativo e ghiaioso falsopiano.
Tutto finché la povera catena resisteva.

UN IMMANCABILE CUANT UE

A chi gli parlava, lo salutava, o anche solo lo guardava senza dirgli niente, rispondeva con un’occhiata da presa in giro stabile ed un immancabile “Cuant uè?” (Quando, oggi?).
A chi gli ordinava una stanza da palchettare, portava sempre per prima cosa gli strumenti del mestiere, e cominciava pure solerte la posa.
Solo che, non appena il cliente gli dava imprudentemente un anticipo, non lo vedeva più, e si ritrovava col lavoro a metà e con gli attrezzi silenziosi, malinconici ed abbandonati.

ODIO VISCERALE PER LE FORMICHE

Odiava le formiche. Viveva decisamente alla giornata.
Per lui il lavoro era un optional, un hobby da coltivare al massimo una o due volte la settimana. C’era sempre il grave rischio di abituarsi ad esso e di diventarne schiavi. La legge del Carnèra era quella di vivere, suonare e prenderla con la massima filosofia. Essere allegro e fare baldoria venivano prima di qualsiasi attività lavorativa e di qualsiasi serio impegno sociale.

DAI ALLE DONNE UN MANICO E TI PRENDONO TUTTA LA CARRIOLA

Non a caso, dopo un paio di fidanzamenti finiti maluccio, aveva sempre evitato l’insidia femminile. Tu i das un dit e ti cjàpen el bràz. Tu ì das el màni e ti cjapen dute le cariòle, erano i suoi due postulati sulla donna (Gli dài un dito e ti prendono il braccio, gli dài un manico e ti prendono l’intera carriola). Quanto al denaro, il peccato più indecente e imperdonabile del genere umano era per lui l’accumulazione e il risparmio. Bisognava ragionare in termini prettamente economici, ed investirlo subito, prima che ti fregasse l’inflazione. Ma non certo in Bot o in azioni. Non appena si ritrovava con una qualsiasi risorsa pecuniaria, in tasca ed in contanti, Carnèra la investiva in quella bevanda che in Friuli chiamano Nèri, e che si traduce con Vino Rosso.

CAPPERI, HO DIMENTICATO IL PORTAFOGLI A CASA

Quando, dopo qualche mese il citato cliente incontrava Carnéra, gli chiedeva spiegazioni sulla sua scomparsa. Quello lo ascoltava attentamente e con seria meraviglia, come se l’altro parlasse di cose preoccupanti, strane e mai successe. Dici sul serio? Sei sicuro di non sbagliarti con qualche altro? “Anèn a bevi un tài cun me” (vieni a bere un taglio con me).
Poi, al momento di pagare l’oste, faceva il gesto di estrarre la moneta, ma solo il gesto. “Sàcrament, o ài dismenteàt el tacuèn a cjàse” (Capperi, ho dimenticato il portafogli a casa). Al che il cliente pagava il conto, gli dava una pacca sulla spalla e gli diceva: “Carnéra tu ses un mièz salvàdi e un grant lasaròn, ma tu ses àncje ùnec te stòrie” (Carnera, sei un mezzo selvaggio e un grande lazzarone, ma sei anche unico nella storia).
E quello rispondeva con la sua solita formula sintetica ed univerale “Cuant Ué?”

CAEN, PRECURSORE DI ALGIDA ED ALEMAGNA, NONCHÉ CAMPIONE DI PRIMIERA E SETTEBELLO

Amos, che qui tutti chiamavano Amo, era l’erede di Caèn. Caèn era arrivato per anni nella zona col suo triciclo del gelato e con la trombetta.
Veniva dalle parti di Paderno. Una faticaccia davvero, con le strade ancora bianche di allora, soprattutto per una persona minuta e su con gli anni, quale era lui.
Poi si modernizzò, applicando un motorino al suo biroccio.
Capitava in zona nel primo pomeriggio del bimestre luglio-agosto.
Due squilli di cornetta e poi si rifugiava al fresco nel Bar al Tram.
Una pallina di gusto al limone o al cioccolato costava 5 lire, e noi ragazzi ne prendevamo spesso due, anche se dovevamo prima aspettare che Caèn finisse la sua partita a scopa col Marinàr.
Non si capiva bene se Caèn fosse più interessato a vendere gelati o a vincere la primiera, la napola e il settebello.

AMO, GELATAIO MOTORIZZATO, IN PIANTA STABILE AL PARCO

Ma Amo, il suo successore, batteva cento volte Caèn in fatto di amore per le carte. Veniva da Martignacco, ma per due mesi diventava tavagnacchese a tutti gli effetti. Una specie di cittadino di adozione. Buonumore, relax e filosofia da vendere. Decisamente erano altri tempi. I gatti si rantolavano gambe all’aria negli angoli, e la gente si rantolava e sopravviveva nelle sue modeste e pacifiche attività. Prese ben presto il posto di Caèn, e arrivava regolarmente con un moderno side-car, formato da una moto-Guzzi con a fianco, al posto del passeggero, la vasca del gelato.
Solito arrivo pomeridiano nei mesi estivi, e solito disinteresse totale per il commercio del gelato. Parcheggiava il mezzo al centro di Piazza Matteotti ed entrava da Sior Bèpo.
L’unica differenza col predecessore Caèn era che Amo aveva scelto l’osteria al Parco come sua destinazione pomeridiana.

TROP TI AO FAT PAIA IER (QUANTO TI HO FATTO PAGARE IERI?)

Si incollava alla sedia, e la sua vita verteva tutta sulla briscola e il tresette, totalmente incurante dei ragazzi che davano colpi alla carrozzeria in legno plasticato del suo mezzo, o che andavano persino a bussare sulla finestra del bar. Ai clienti in attesa nella piazza assolata d’agosto, veniva per forza l’acquolina in bocca, dopo mezz’ora di impaziente attesa. A volte c’era una fila di sei o sette ragazzi.
Amo arrivava fuori stralunato, quasi caduto dalle nuvole, e pareva dire alla gente “Che cavolo siete mai venuti a fare da queste parti?”
Si affrettava a distribuire le palline alla menta o alla nocciola sui rispettivi coni. Poi, al momento di riscuotere, chiedeva ai ragazzi: Trop ti ào fat paià ièr? (Quanto ti ho fatto pagare ieri?)
Non si ricordava nemmeno il prezzo del gelato che vendeva.
Amo e Caèn non erano di Tavagnacco ma, nell’immaginario locale, sono giustamente annoverati tra gli appartenenti allo spirito del paese.

UN ENTUSIASTA E SPIRITOSO ALLENATORE

Toni Bonifacio, originario campano ma sposato in zona, era più friulano dei friulani, più tavagnacchese che napoletano.
Allenatore di una AC Tavagnacco acerba ed in terza categoria, si permetteva il lusso di sovvertire ogni pronostico e di vincere la “Champions” locale del prestigioso torneo di Tricesimo, battendo in finale l’allora Prima Categoria del posto, dopo aver eliminato altri squadroni di allora tipo la Gemonese e la Sandanielese.
Col suo autocarro privato faceva trasporto arance e frutta dal Meridione a Udine, ma testa e cuore stavano sempre inchiodati al campo sportivo.
In una ormai famosa partita di campionato tra Tavagnacco e Fagagna, la sua squadra stava conducendo comodamente per uno a zero, e si era agli sgoccioli del secondo tempo.
La partita era ormai vinta.

DELCHI, “IU CANE”, PIÙ CHE UN DITO TI SEI SLOGATO L’INTELLETTO

Ma, come spesso accade nel calcio, in un rovesciamento di fronte l’attaccante avversario fa partire uno strano tiro spiovente e Delchi, portiere del Tavagnacco, si protende per mandarlo oltre la traversa, ma il pallone finisce ugualmente in rete. Toni corre verso il portiere (ex-serie A nella Pro Patria di Busto Arsizio) e gli chiede cosa mai gli sia successo, con un tiro talmente innocuo. “Toni, mi ero poco prima slogato un dito, e non ho potuto contrastare al meglio la palla”. “Iu cane, Delchi, più che nu dito, ti sei slogato lo sentimiento!” (Più che il dito, ti sei slogato l’intelletto). Al che, i tifosi, nonostante la vittoria sfuggita all’ultimo istante, poterono andarsene con un abbondante sorriso.

UN INCREDIBILE TALENTO CALCISTICO

Non scherzava nemmeno Sergio Martincigh, grande talento, autentica forza della natura, valanghe di realizzazioni per squadre di C e di B. A quel tempo militava in compagini tipo Tevere Roma e Vis Pesaro, e approdò pure alla nazionale under 21. I tecnici di allora lo ritenevano superiore ai Rivera e ai Mazzola ma, in perfetta linea con lo spirito tavagnacchese, c’era in lui troppa voglia di divertirsi e di riderci sopra, e scarsa voglia di essere inquadrati e di pensare alla carriera.
Un giorno si presentò nello Sfuèi indossando un pesante cappotto invernale. Si era in piena canicola agostana. “O ài une cjòche che an bàste ùne par fant doos” (Ho una ciocca che ne basta una per farne due), disse agli amici. Ma due ore dopo, l’allenatore lo costrinse a scendere in campo e, da mezzo ubriaco, fece ugualmente un paio di goal.

O SOI INDAUR DI TRE CAGADES: L’IMBATTIBILE CARICA EROTICO-COMICA DI EZIO

La panchina dello Sfuèi non può scordare nemmeno il grande Ezio che con le sue avventure-disavventure galanti, con le sue simpaticissime teorie, coi suoi racconti piccanti e inverosimili, con le persecuzioni del finto-oreglòn Monèn, con il suo linguaggio friulano unico e spassoso, ha saputo offrire divertimento e gags a getto continuo per diversi anni tra i giovani della contrada.
Frasi come “O sòi indaùr di tre cagàdes”, per significare un suo principio di stitichezza, non si trovano facilmente nel repertorio di altri comici. Come non si trova la versione opposta alla precedente “O vòi a fa malte”, dove fare malta ha un significato assai diverso da quello edilizio.

UNA SERIE INTERMINABILE DI EPISODI E DI GAG

Ma nemmeno “Ki, fenòi a manète e oreglòns a ràfiche. Ka e son duc bandinèle”, pronunciata nella thailandese Pattaya, è da lasciar perdere (Finocchi a pieno acceleratore e orecchioni a raffica).
“Ddio bo, mi cjale, e co-continue a cjalà”, quando in discoteca si sentiva oggetto del desiderio femminile, non è materiale da dimenticarsi. Quanto ai successi erotici, nessuno meglio di lui ha creato lacrime di riso puro, con “On dài fàtes vot”, oppure “O vèvi le bìghe còme un traaf” (l’avevo dura come una trave). Altro che i Limerick dei noiosi irlandesi.
Un premio per la letteratura, da parte dell’Accademia Friulana della Crusca, dovrebbe essergli assegnato per legge regionale. Pasolini era, al suo confronto, un modesto dilettante romanizzato.

QUANDO LA SPASSOSITÀ NON RISPARMIA NEPPURE IL CIMITERO

Lo spirito goliardico dei tavagnacchesi non viene meno nemmeno durante i funerali. Tutti silenziosi e seri dietro il feretro. Fino a qualche anno fa, la processione partiva sempre dalla piazza Di Prampero e attraversava mestamente la borgata per giungere alla chiesa e procedere poi al cimitero.
Gli amici e i conoscenti dello scomparso, gente allenata assai più all’osteria che a preghiere e cerimonie, tra un Requiem del prete e quello del coro funebre, si guardano negli occhi sconsolati, e scuotono la testa.
Ma nessuno pronuncia la parola morte. Meno ancora credono alle scemenze e alle parole di circostanza del “Corvo Nero” (tipica denominazione data da queste parti ad ogni prete), a base di improbabili paradisi celestiali e di ancor più assurdi inferi. “Ancje lui al è laat a mangjà el ledrèc cul poc, de bànde dal poc” (Anche lui è andato a mangiare il radicchio con la radice, dalla parte della radice), si dicono. Un modo come un altro per vivacizzare l’al di là e rendere immortale il proprio compaesano.

UNA GIORNATA UGGIOSA DI PIOGGIA NELL’ELEGANTE PIAZZA DI OGGI

Oggi, nell’anno di grazia 2009, lo Sfuèi è diventato quasi troppo elegante, e il tipo di gente di allora sembra essere ormai scomparso dalla circolazione. Pensavo a questo ieri, mentre pioveva a dirotto e attendevo in auto la corriera che riportava mio figlio da scuola. Era una classica giornata di fine aprile, umida, fredda ed uggiosa. Seduto nell’auto, nessuno mi notava dall’esterno e potevo osservare indisturbato la scena.

“IO BOE, E IE DURE VELE FLAPE”. BUON SEGNO: LA GENTE DI TAVAGNÀ È QUELLA DI SEMPRE.

Dal negozio Moreale esce El Blànc e si avvia verso l’ingresso del Bar al Tram, sulla cui panchina sta seduto Gianni Ocjàl. “Cemut vadie?” (Come va?), dice Gianni all’altro. “Io bòe, e iè dùre vèle flàpe!” (È dura averla fiappa), sentenzia El Blànc, aprendo la porta dell’Osteria.
“Tu ses pròpet màgo!”, (Sei proprio mago, cioè hai ragione a dirlo) gli fa eco quello seduto. Intanto arriva col bus scolastico il mio ragazzo ed entra in macchina chiudendo l’ombrello. Mi chiede perché io stia ridendo a crepapelle, e per giunta da solo.
Niente, dico, ho solo capito che, nonostante il lifting e le trasformazioni, la gente di Tavagnacco è rimasta quella di sempre, quella che sa saggiamente sbellicarsi su ogni maltempo e su ogni disgrazia.

Valdo Vaccaro

 

DISCLAIMER: Valdo Vaccaro non è medico, ma libero ricercatore e filosofo della salute. Valdo Vaccaro non visita e non prescrive. Le informazioni contenute in questo sito non intendono e non devono sostituire il parere del medico curante.

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