NICO VALERIO: UN MAESTRO A CORTO DI BUSSOLA

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L’evoluzione negativa di Nico Valerio.
Quando un grande maestro perde il filo e l’orientamento.

Non conosco personalmente Nico Valerio, ma ho letto con attenzione tutti i suoi libri.
È quanto di meglio offre il nostro paese in termini di letteratura nutrizionale.
È profondo, informato, mai banale. Scrive anche in modo avvincente.
Eppure c’è sempre qualcosa in lui che disturba e non convince, qualcosa che manca e indispettisce.
Lo chiamerei il fattore C, dove C sta per cultura.
Cercare fuori di te le verità e gli aggiornamenti può andar bene solo se prima hai cercati dentro di te la verità e il filone giusto, se ti sei creato non un pregiudizio bizzarro e personalistico, ma una base solida e verificabile su cui poter lavorare.
Quando uno studia troppo, e va a pescare informazioni dettagliate su centinaia di libri di oggi e di ieri, fa sicuramente una valida ricerca e si arricchisce.
Quando uno cerca in modo spasmodico l’aggiornamento culturale che arriverà domani mattina o il mese prossimo, quando è in attesa del Messia che demolirà le idee del passato e riciclerà il tutto a un livello superiore, fa di certo un lavoro improbo e meritevole.
Un uomo tanto vale quanto sa, si diceva un tempo. E a Valerio gli si può dire di tutto, ma non di essere carente in cultura nutrizionale.
Parliamo pur sempre di un maestro prezioso e da rispettare, di un ottimo divulgatore di conoscenza.
Ma quando si esagera si possono anche ottenere effetti perversi e inaspettati.
Ho sbirciato infatti alle sue ultime dispense sulla nutrizione, derivate dai corsi che sta conducendo a Roma, scoprendo che l’autore di Tutto Crudo (1985) e Il Piatto Verde (1987), anziché migliorare come dicono faccia il vino genuino, sta invece peggiorando. Lo dico con fini costruttivi.
Già il suo testo Manuale di Terapie con gli Alimenti del 1995, pubblicato con notevole pompa e successo tra gli Oscar Supermanuali della Mondadori, non mi era affatto piaciuto, nonostante la fatica boia che deve averci messo nell’assemblarlo.
Chiaro che ognuno ha le sue idee.

La cultura non è sommatoria ed accumulazione di ricerche altrui, ma interpretazione personalizzata.
Non è accozzaglia di dati e di nuove esperienze, ma linea ideologica illuminata e caratterizzata.

Pendere dalle nuove verità in arrivo, essere in balia degli esperimenti di domani e dopodomani, significa smarrirsi nella vasta foresta che ci circonda e perdere quelle proprie direttive interne che mai dovrebbero essere dimenticate.
Le nuove scoperte possono insegnare molte cose, ma non ribaltare i concetti e le posizioni basilari dei maestri che sorreggono il nostro pensiero.

Non è affatto vero che quello che sapevamo ieri è inferiore a quanto sappiamo oggi.
Non è affatto vero che il passato soffra di obsolescenza rispetto all’oggi o al futuro.
Quello che si può aggiungere ed aggiornare rientra nella categoria dei dettagli, non certo in quella dei principi basilari.
Tutto dipende dalla ispirazione e dall’orientamento.
Pitagora ha 2500 anni, ma le sue idee sono attualissime e aggiornate, e non ha alcun bisogno di riconferme o di attendersi con ansia i risultati di questa o quella ricerca.
Per me cultura non significa sommatoria ed accumulazione di tante ricerche altrui, accozzaglia infinita di dati ed esperienze, ma piuttosto utilizzo selettivo di tali culture, seguito da opportuno filtraggio, sintesi, interpretazione personale, con l’ovvio uso di ampia apertura mentale e di rigore scientifico.
Cultura è linea personalizzata, è alveo, è percorso culturale armonizzato e finalizzato, non è fare giri di valzer con le idee degli altri, poco importa se astruse e prive di illuminazione superiore.
Nei primi libri di Nico Valerio, c’era del pathos, c’era una linea ideologica abbozzata, c’era qualcosa che ti faceva dimenticare la sua formazione culturale prettamente chimica, c’era una linea educativa.
In quel manuale del 95 e, in modo addirittura accentuato, nelle ultime sue dispense, è venuto a prevalere fatalmente il chimico e lo snocciolatore di dati enciclopedici, il letterato e il tecnico, scomparendo quasi del tutto la figura del ricercatore ispirato e del poeta.
Un vero peccato. La cultura italiana ha guadagnato un eccellente bibliotecario e ha perso un ex-magnifico Maestro.

La perdita di un artista e l’acquisizione di un enciclopedico casualista.
Il concetto del cibo ideale visto come un mito e una illusione.

Ci guadagna la sua scienza? Niente affatto. Il Valerio di oggi, che pure vanta la fondazione di una Lega Naturista nel 1976, diventa un enciclopedista poco e per niente ispirato, privo di verità e di linea ideologica, innamorato inguaribilmente di quella equidistanza e di quella freddezza che scambia erroneamente per spirito scientifico.
Se mancano le motivazioni, se manca l’ispirazione, se manca la sensibilità, se manca un minimo di amore per la Provvidenza Divina di manzoniana memoria, se manca un disegno superiore libero da intralci fideistici, l’effetto finale è il disordine e il caos.
Esordire con un programma ambizioso definito Nutrizione, e dire che il concetto di cibo ideale è un mito che non trova rispondenza nella realtà. Dire che ogni cibo è incompleto, imperfetto e insufficiente, dire che il solo pensare a un cibo per l’uomo è cadere nell’antropocentrismo, è sintomo di indigestione e di ubriacatura culturale.
Non si offenda Nico Valerio.
Ma, come ho il piacere di esaltare i suoi primi libri, che pure consiglio a tutti gli italiani che non li avessero ancora letto, così mi permetto di stroncare la sua produzione tardiva e quella che sta divulgando nel tempo presente.

L’uomo inatteso e l’uomo capitato per caso.
Una nuova materia culturale chiamata Ateismo e Casualismo Naturista.

L’uomo, dice Valerio, non era atteso sulla Terra, e la sua formazione deve essere stata casuale.
Io non vado in chiesa e non sono pervaso da alcun misticismo, da alcun fideismo per partito preso.
Però questo indulgere sul disordine e sul caso significa blaterare e bestemmiare. Significa esprimersi in termini antiscientifici.

Significa inventare una nuova linea culturale definibile Ateismo e Casualismo Ateista.
Non credere in nessun creatore, non credere in niente ed essere equidistanti o scettici per partito preso, può essere a volte utile e produttivo.
Ma il non credere nemmeno in te stesso, non trovare in te qualcosa di speciale, non attribuirti ruoli e responsabilità, non intravedere compatibilità e contrasti, attrazioni e repulsioni, correlazioni infinite tra quello che si è, come si è, in rapporto alle realtà, agli esseri, alle sostanze e ai cibi che ci attorniano, lo trovo tutt’altro che formativo e scientifico, lo trovo diseducativo e privo di appigli o giustificazioni logiche.

Posizioni sballate e superbe che portano pure ad effetti deleteri per la causa naturistica.
La frutta fa bene non perché l’ho letto sui tuoi libri di un tempo, ma perché la mangio da sempre.

Posizioni che portano pure ad effetti deleteri per la causa naturistica e animalistica, per la causa etica e morale, e questo è l’aspetto più deteriore di tutta la questione.
Atteggiarti a scienziato privo di principi può soddisfare la tua vanità intellettuale, può diventare chic, può renderti interessante, a patto che questo comporti risultati positivi per te e per gli altri, e non danni e pregiudizio.
Quando sostengo che il nostro corpo è fruttariano per disegno, non lo dico per partito preso o per fideismo.
Altrettanto quando parlo di cibo elettivo per l’uomo.
È un discorso che parte da dati scientifici osservati e provati, da esperienze dirette e personali.
La frutta fa bene all’uomo non perché lo abbia letto sui tuoi libri di un tempo, caro Valerio.
La frutta fa bene perché l’ho mangiata sin da piccolo e la continuo a mangiare tuttora golosamente da mattina a sera.
Cosa che tu probabilmente hai scritto, ma non hai mai fatto, perché la coerenza non è stata in questo caso il tuo forte.
Non sei mai stato un vegetariano convinto. Hai sempre difeso il latte e i latticini, e forse anche qualcos’altro.
Il tuo scetticismo scientifico, è scientifico solo di nome, ma di fatto non lo è, perché ti permette di avvicinare in continuazione la verità ma di non raggiungerla mai.
Non hai il conforto della fede in te stesso.
Sei come un bambino lasciato da solo in mezzo alle giostre, ai tiri a segno e agli autoscontri.
Tutto preso dai giochi, dalle luci, dalle musiche, dai torroni, dai pesciolini, dalla gente in festa.
Alla fine ne vieni fuori con una grossa indigestione, una confusione mentale e un forte male di testa.

È grave per un Maestro fare il vegetariano per moda e per opportunismo.
Non ti sarà mica sciolta la bella maschera quasi-veganiana che aveva un tempo?

Ti sei ammantato di vegetarismo e di crudismo quando era di moda farlo.
So di pensare male in questo istante.
Ma, proprio alla luce di questa tua inaspettata e disinvolta evoluzione, ho il sospetto che quando scrivevi i primi libri di successo, cioè quelli per i quali ti apprezzo di più, non eri totalmente convinto e sincero.
Avrei molto piacere se venissi smentito con dei dati convincenti.
Perdere un autore preferito è sempre una cosa che disturba e dispiace..
Mi permetto di dare un consiglio allo scrittore romano che vive all’ombra del Vaticano.
Chieda a qualche autorità papale di scomunicare il suo passato e la sua Lega Naturista, e fonda al più presto La Lega Chimico-Casualista, coerentemente con le sue ultime divagazioni e le sue smemoratezze mentali.

Il mito della equidistanza scientifica

Ma la equidistanza, caro Valerio, non è di per sé un valore.
Mi fai pensare al mio lettore Paolo Antonazzo, fervente sostenitore del concetto secondo cui la verità sta sempre nel mezzo, e che non sono ancora riuscito a convincere.
Nella vita occorre prendere delle posizioni.
Andiamo pure al concreto con degli esempi.
Alla mia sinistra c’è chi sgozza il bovino spietatamente, mentre alla mia destra c’è chi lo accarezza, lo pulisce, lo nutre, gli parla.
Equidistanza significa forse trovare una linea mediana e ammazzare il bovino spendendo dei soldi per delle iniezioni di anestetico?
Alla mia sinistra ci sono 10 chili di carne ammazzata e a destra 10 chili di frutta varia e deliziosa.
Equidistanza significa forse optare per 5 chili di carne e 5 di frutta?
Eh, no, caro Valerio, ho un grande rispetto per chi suda, lavora e fa ricerca.
Ma solo a condizione che non perda il filo, l’ispirazione e l’orientamento.
A condizione che non sia a corto di bussola.

Valdo Vaccaro

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