IL CIBO INCIPRIATO E TAROCCATO DEI CUOCHI

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Il trucco femminile, il rimmel, la cipria e il fondo tinta

Il trucco, il make-up, il rossetto, i profumi, la lacca per le unghie, le ciglia finte, il maquillage insomma, sono tutti stratagemmi ed accessori femminili per esaltare la propria bellezza ed ammaliarci, ovvero far perdere la testa a noi uomini, che è poi il verbo tipico e preferito del gentil sesso.
Non è che a noi tutto questo serva davvero e serva sempre.
È da cinquant’anni che cerco di prenderla alla leggera e di far finta di niente, ma quando intravedo un rigonfiamento all’altezza del petto, o una generosa scollatura frontale, o una curvetta malandrina, il sangue continua ad andarmi in ebollizione, rimmel o non rimmel.
Forse sono un po’ come l’amico Edoardo il quale, dopo averne fatte otto (almeno così lui giura), con una addetta alla promozione pubblicitaria del caffè di un supermercato di Singapore, si fece accompagnare dal sessuologo per chiedegli se era o non era normale, o se serviva magari un ricovero in osservazione.
Il medico cinese che, a totale corto di italiano, aveva capito male e gli stava seriamente prescrivendo, penna in mano, del Viagra per farne otto, quando si rese conto del qui-pro-quo lo cacciò in malo modo dal suo studio, e gli tirò pure dietro due scatolette-campione con le pillole magiche.
Forse dovrei anch’io optare per una visita di controllo.

L’evoluzione verso il feticismo biochimico

Tornando alla cipria, oggigiorno persino i maschi tendono a mettere da parte la loro cresta e le loro caratteristiche tradizionali, pescando ampiamente dall’armamentario muliebre aggeggi e profumi, materiali e aromi, movenze e atteggiamenti.
Siamo tutti così abituati alle colorazioni, alle mascherazioni, alle adulterazioni, che attribuiamo persino un valore intrinseco e feticistico alle medesime, staccate dal soggetto umano a cui esse servono.
L’amico citato che, nei tempi andati e forse chissà anche oggi, non riusciva a masturbarsi in perfetta solitudine se non si era prima infilato un profilattico, tiene sempre sul comodino un necessaire femminile a base di creme e rossetti di varie gradazioni. Non li adopera per sé, mica è una femminella, ma li annusa religiosamente e li lecca eccitato prima di addormentarsi.
Gli conciliano il sonno e gli promettono delle fantasticherie erotiche inenarrabili con le consorti e le fidanzate dei vicini e dei compaesani.
Con la moglie no, con quella non scherza. Per vincerne i favori, è costretto di volta in volta a presentargli le sue credenziali, ovvero un biglietto da cento durante la settimana, o due nei weekend e nei periodi pasquali-natalizi.

La sfrenata pruderie che provava per le mutandine, le calzemaglie e i reggiseni delle donne, si è trasformata dagli aspetti funzionali e terra-terra di un tempo, ed ha assunto aspetti più tecnici, più biochimici, più sofisticati ed immaginativi. Insomma un notevole passo avanti nella evoluzione del suo spiccato ed elaborato senso dell’erotismo.

Lo charme irresistibile della grazia naturale femminile e del frutto pendente dal ramo

In realtà c’è un limite a tutto.
L’uomo accorto ed esperto in bellezza femminile và al di là delle apparenze di superficie, e sa che alla fine la bellezza che conta, la bellezza vera, è quella che si rivela al naturale, quella all’acqua e sapone.
Anche perché, più una donna ha bisogno di truccarsi pesantemente, e più ha delle cose da nascondere.
Passando dalla bellezza femminile ai cibi, esistono molti lati in comune tra le due cose.
I cibi sani e naturali possono essere infatti paragonati a delle belle e leggiadre donne nel momento massimo del loro splendore, dotate di personale e grata fragranza, di profumi che nessuna colonia è in grado di eguagliare, di una forza elettromagnetica che ti conquista e ti avviluppa, di una pelle liscia che ti scalda e ti scotta quando hai freddo, e ti stempera quando sei accaldato.
E se lo splendore si è perso un po’ per strada, la donna rimane interessante, e spesso acquisisce del valore aggiunto, proprio come fa la frutta secca, la cui scarsità di fluidi e di freschezza è ampiamente compensata da ricchezza interiore e dalla condensazione gustativa e dal fascino della stagionatura.
In altre parole, i cibi naturali, veri e genuini come la frutta fresca e secca, non hanno bisogno di alcun trucco e di alcuna correzione per essere appetibili e rivelare le loro intrinseche ed originali qualità.

La personalità, l’amicizia, la perfezione del frutto

Hanno la loro personalità, il loro aroma, il loro colore, il loro profumo personale, la loro acqua biologica che disseta, nutre e ripulisce integralmente senza lasciare carenze o strascichi.
Sono infatti dotati della magica linfa vitale che ha portato l’intera gamma di micronutrienti idrici, zuccherini, proteici, minerali, enzimatici, vitaminici, ormonali, in modo bilanciato, misurato, equiilibrato, dalla struttura di base (cespuglio, albero, pianta) al punto finale di concentrazione, che si chiama appunto frutto, cioè risultato finale, ovvero sintesi finale di quella specie.
Prendi in mano delle ciliegie e capisci esattamente quello che intendo.
Prendi in mano dei cachi, delle pesche, delle mele, dei melograni, delle noci di cocco e dei manghi, e ti rendi conto di essere a contatto con degli amici di sempre che non ti tradiscono e non ti deludono..
Ti rendi conto di possedere il massima della natura, espresso in forme differenziate eppure sempre magnifiche e perfette.
Il frutto dunque come regalo divino, disegnato e confezionato dalla natura a misura di una macchina umana.preordinata esattamente per esso.
Disegnata e concepita per quel magnifico carburante naturale, che risulta essere privo di scorie, di batteri e di virus, privo di effetti collaterali negativi.

L’intervento modificativo e distruttivo del cuoco

Ma ecco che arrivano i cuochi, i truccatori del cibo, i trasformatori, quelli che pretendono sempre e comunque di cambiare la natura a proprio piacimento, di alterarla, per offrire qualcosa di diverso e sofisticato.

Un caco, una mela, un’arancia, un frutto da solo, sono per essi una banalità, qualcosa di imperfetto e stonato, di stupidamente naturale e naive.
Cercano dunque di associargli qualche altro prodotto, cercano di cambiargli forma e sostanza, cercano di aggiungere sali, zuccheri, pepe, spezie, alcol, e di sottoporre il tutto al processo distruttivo della cottura.
Usano poi il cibo naturale, frutta o verdura che sia, come accessorio e come vestito esterno, come ingentilimento esotico a qualcosa di brutto e orribile, di funereo e cimiteriale, qualè è il materiale (chiamato paradossalmente cibo) proveniente dalla cella obitoriale-frigorifera o dal macello.
Camuffare la morte, il sapore e il truce aspetto della salma, con i colori e i sapori della vita, questa in sintesi la professione del cuoco.
Più uno chef è rinomato e famoso, più spavalde, arroganti, avventurose e blasfeme saranno le sue proposte e le sue modificazioni, le sue macchinazioni infernali sul cibo, elaborate in costante contraddizione con le esigenze salutistiche di chi dovrà consumare le sue taroccate opere d’arte culinaria.
Caratteristica peculiare e imprescindibile del cuoco è quella di tenere in totale dispregio le esigenze digestive-assimilative del suo cliente.

Vuoi perdere del tutto l’appetito? Entra in una cucina

Se esiste al mondo un posto in cui uno vuole davvero perdere l’appetito, la sana voglia di nutrirsi al meglio, l’amore per il cibo, esso esiste davvero, e si chiama cucina.
Spesso, più elegante e raffinato è il ristorante e più cose inenarrabili vi accadono, con frigoriferi carichi di cadaverini di mare che intridono del loro fetore ogni cosa, con brani di carne sottratta al camposanto, che sgocciola gli ultimi liquidi organici ivi rimasti, con tasse di uova con pulcini potenziali incorporati in un guscio, con tre teste mozze di porcellino che ti guardano fisso, anche se al posto degli occhi hanno due buchi scuri e disperanti, con dei volatili indecentemente nudi e appesi a testa in giù, con dei fustini di mortadella di asino macinato in attesa di fronte alla affettatrice.
Il posto migliore insomma per leggere una poesia del Leopardi, o per fare una bella e profonda respirata.

Una incredibile esperienza personale

Chi scrive, ha avuto la fortuna di fare, negli anni del liceo, il comis, cioè il cameriere che fa da tramite tra la cucina e il salone da pranzo, in un ristorante famoso e cinque stelle di Londra, uno dei più cari, esclusivi e sofisticati situati nell’area centrale di Soho, con le pareti tappezzate dalle foto con dedica dei più noti attori della canzone, dello schermo, e dello sport, da Rodolfo Valentino a Frank Sinatra, dalla Lollo alla Loren, dalla Marylin Monroe a John Kennedy, da Carnera a Fausto Coppi.
Ebbene, nelle mie 6 settimane di lavoro, da studente squattrinato ed affamato che ero, ben attento a non scialacquare i pochi mezzi economici a disposizione, rinunciavo al pranzo e alla cena gratuiti in ristorante, che erano inclusi nel mio salario giornaliero, e preferivo andare a cibarmi in un bar poco distante dove ordinavo un bel piatto di verdura pulita e un panino con la banana, ovviamente a mie spese.
Non era solo il fatto di essere vegetariano che me lo proibiva.
E non ero nemmeno schizzinoso fuori del normale. Avevo pur lavorato nelle due settimane precedenti in un altro ristorante in zona Marble Arch, dove c’era un grosso e burbero, ma simpatico cuoco irlandese, e con lui avevo messo pure su un paio di chili.
Ma, in codesto posto infame, non avrei consumato volentieri nemmeno un bicchiere d’acqua.
Nella cucina rumorosa e incasinata di cui parlo ci stavano una decina tra cuochi e manovalanza comune, tutti sporchi e unti, sudati e incazzati, confinati dalla sorte in quell’ambiente umido, malsano, fumante, odoroso, nel basamento dell’edificio.

A fare i comis eravamo in tre.
Il nostro compito consisteva nel prendere un largo vassoio carico di piatti fumanti dalla cucina, fare con attenzione la rampa di scale, e poggiarlo su un apposito tavolo allungato dove i camerieri disponevano il tutto con ordine prima di servirlo alla clientela.

La drammatica differenza tra gli eletti del piano di sopra e i disperati del sottoscala

La differenza tra il Paradiso del piano superiore e l’Inferno del sottoscala era di soli 30 metri in termini fisici, ma era abissale e stratosferica in termini di ambiente, aria e condizioni di igiene.
Sopra il mondo del cinema, della televisione, della stampa, della politica, dello sport, e sotto il terzo e quarto mondo dei reietti e dei disperati, dei pakistani e dei singalesi, degli indiani di Delhi e del Bangladesh, dei Biafrani e dei Somali.
I primi arrivavano con Rolls-Royce e autista, col portiere in livrea che doveva aiutare il cliente a scendere dall’auto ed accompagnarlo in una saletta d’onore per ospiti, da dove il capocameriere li conduceva al tavolo prenotato di pertinenza.
I secondi erano caracollati di buonora nel loro posto di tortura quotidiana col metrò, e stavano già da diverse ore a crogiolarsi tra carcasse sanguinanti di bue e suino, tra polli e anatre decapitate, tra fegati di oca e di maiale, con cui giocavano persino a calcetto, o a calcio-cucina, nel disperato tentativo di rendere meno noiosa e insopportabile la loro precaria mattinata.
I servizi igienici della cucina, obbligatori ed esclusivi per gli afroasiatici, erano quelli di una stazione ferroviaria in disuso.
Gli stessi camerieri disdegnavano di scendere da quelle scale per non essere investiti dal fumo e dalla puzza, dalle bestemmie, dalle imprecazioni e dagli insulti che si levavano immancabilmente dal reparto cucina.
Al massimo, in caso di qualche ordine particolarmente urgente, il meno quotato dei camerieri professionisti (anche tra di loro c’erano i gradi), faceva quattro passi verso la botola maledetta e urlava Two steaks for Mr Onassis, and one Cereal Soup for Mrs Jaqueline.
I cuochi poi, oleati e sporchi più ancora delle bistecche che licenziavano, gridavano e si passavano gli ordini l’un l’altro in modo sguaiato e chiassoso, anche perché la cucina era grande.
Spesso erano mezzi ubriachi già a metà mattina, come confermato dalle bottiglie semivuote di Scotch.
For whom is this steak? For Onassis? Al che di lanciavano la bistecca da un lato all’altro, riprendendola anche dal pavimento dove spesso cadeva, la facevano roteare da una mano all’altra, simulando di toccarsi il di dietro o di soffiarcisi il pure il naso sopra. Alla fine, tutti in coro all’unisonono That’s the stake for Mr Onassis, affidandola a me o agli altri due comis.
Si era creata una solidarietà criminale dei disperati, una specie di rivincita dei perdenti, contro la crema del mondo e i padroni del vapore.
Loro nel sottoscala a frantumare ossa e costole di maiale, a impiastrarsi di grasso e di sangue per una paga da fame, e sopra la bella gente che per un singolo pasto si sfilava le 500 sterline, senza alcun imbarazzo.

Pompelmi usati e riusati e sputi proteici nei piatti di minestra

Ricordo che per dessert andava di moda un grosso pompelmo svuotato che veniva poi riempito di gelato e terminava con una punta conica avvitata alla crema, di grande effetto estetico.
I clienti erano golosi e lo ordinavano regolarmente, e alla fine del pasto lasciavano il pompelmo bello ripulito, ma in perfetto ordine, da bravi ed educati commensali quali erano.
Era pertanto un giochino riutilizzare quelle bucce senza nemmeno ripulirle. In pratica ogni buccia durava per una intera settimana. Da quelle parti non si buttava via proprio niente. Ordine della casa.
Le carcasse animali più grosse erano gettate distrattamente una sopra l’altra, in un angolo scuro e lercio dello stanzone, in una specie di carnaio puzzolente degli orrori. Uno dei manovali staccava una costola con un coltellaccio sporco e ne faceva due bistecche che deponeva sul pavimento. Poi le riprendeva in mano e faceva con le stesse il lancio del disco al cuoco che stava a dieci metri di distanza. Il lancio andava avanti per ore.
C’era una grossa professionalità sportiva in questi giochi senza frontiere, simbolo di intensivo e quotidiano allenamento. Il cuoco infatti ne agguntava in genere due su tre. Quella che finiva a terra veniva in genere riservata ai clienti migliori del momento.
Diciamo pure che era raro per un pezzo di carne finire sul piatto senza aver prima conosciuto l’impatto col pavimento e con le manacce luride dei manovali e dei cuochi.
Trattamento speciale ai clienti più odiati, come Liz Taylor e Richard Burton, era quello dello sputo proteico mescolato sulla crema di verdure, una specie di tocco esotico aggiuntivo, in leggera variazione al solito noioso sapore del parmigiano.
L’incuria e il luridume delle toelette mai pulite trovava poi regolarmente la via dei piatti.
Gli artisti pagavano 500 Sterline a tavolo. Lo studente squattrinato che ero io, partito con nemmeno mezzo milione di lire dall’Italia durati appena 20 giorni, e per una vacanza estiva di tre mesi, non avrebbe mangiato a quei tavoli, nemmeno se lo avessero pagato 500 sterline in aggiunta al pasto.

Tutti i ristoranti così? Per fortuna no. Quello era davvero speciale.
Ma ognuno di essi diventa alla fine, il punto di scolo dello sporco più sporco, il terminale del macello.

Dopo quella esperienza, le mie visite a mense e ristoranti, già rare per la mia tendenza al vivo e al crudo, diventarono ancor più infrequenti.
Non tutti i ristoranti sono così per fortuna.
Anzi, nella maggior parte dei casi, soprattutto quando essi sono a conduzione familiare e responsabile, si può andare tranquilli.
Il problema più grosso resta quello dell’inquinamento cimiteriale dei piatti..
Quando i ristoranti non saranno più il terminale preferenziale dei macelli, quando i menù dei ristoranti smetteranno di essere degli elenchi stomachevoli di quanto sta nelle salme degli animali, si potrà tornare a frequentarli con maggiore entusiasmo e minori sospetti.

Ma come può essere che queste sozzure succedano nel Terzo Millennio ed in una capitale europea?
Non è che hai calcalo la mano, sullo stile realistico e duro del tuo corregionale Pier Paolo Pasolini?

Nessuna esagerazione, ma una fotografia esatta, fedele e puntuale di quanto accadeva purtroppo.
Infatti non durai a lungo in quel posto, anche se mi promossero ben presto da comis a portiere in livrea, dandomi la soddisfazione di far scendere dalle Rolls-Royce più di una stellina del cinema di allora.
Quanto al fatto poi di essere giunti al Terzo Millennio, e dunque in un momento di alta civiltà, nel quale tuttuo fila liscio come l’olio, ci andrei piano, anzi pianissimo.
Al punto di non scandalizzarmi o sorprendermi troppo per lo sputo proteico, che più di un lettore mi rinfaccerà disturbato e schifato.
La pipì e la cacca sono anch’esse proteiche al pari degli sputi.
La pipì e la cacca nei gelati, nelle cioccolate, nei cracker, in mille prodotti confezionati di cui ancora non si sa tutto, e in tutti i latticini del mondo intero, non sono certo io a inventarla o a immaginarla.

Il paracadute lanciato dalla FDA ai produttori mondiali di urino-melammina.
I nuovi limiti fissati per il mondo intero a 2,5 mg per kg.

In Cina stanno ancora leccandosi le ferite, con 300 mila bambini rovinati più o meno seriamente all’apparato urinario e renale, alla parte cioè più importante e delicata del loro organismo, e con chissà quanti altri milioni di bambini non rovinati paurosamente, ma sicuramente danneggiati e bisognosi di cure disintossicanti vita natural durante.
Quei disgraziati casari cino-neozelandesi del Sanlu Group non hanno fatto altro che addizionare al loro latte un quantitativo di melammina (leggi pipì e cacca di mucca disseccate e sintetizzate) nel quantitativo, leggi bene, di 2,563 mg per kg di latte in polvere.
La FDA di Atlanta, massima autorità mondiale sull’alimentazione, dopo aver sentito la Ndc (National Dairy Council) e tutti i più grossi casari del mondo orientale ed occidentale, ha deciso per suo decreto internazionale ed inappellabile, che 2,5 mg per kg di latte non causa alcun problema alla popolazione (mentre per i bambini piccoli la quota è stata prudentemente mantenuta a zero, almenoo per il latte esportato verso gli USA).
Come dire che tutto lo scandalo sulla melammina è scoppiato come una bolla di sapone.
Il decreto FDA infatti sancia un paracadute agli inquinatori presi in flagrante di ieri, a quelli di oggi e a quelli di domani, che continuano a giocare a rimpiattino, a proclamarsi innocenti e immuni dalla melammina.

Sospiri di sollievo alla Durch Lady, alla Danone e alla Nestlé, ma anche presso i Consorzi del Grana.
Un rammarico alla Sanlu cinese, per un miserevole eccesso di 0,063 mg per kg.

Il decreto FDA ha sanzionato una impunità generalizzata e retroattiva per tutti i cattivi, quelli ingenui che si sono lasciati pescare e per quelli furbastri che hanno interpretato alla perfezione il ruolo degli scandalizzati e dei poveri innocenti.
Non si contano i sospiri di sollievo. Alla Dutch Lady, alla Danote e alla Nestlé, ma anche nelle nostre Parmalat e Ferrero, e pure nei grandi consorzi del grana.
Persino alla Sanlu cinese stanno brindando, col rammarico di aver sbagliato per un miserevole eccesso melamminico-urinico di 0,063 mg per kg.
Se non avessero esagerato con un goccio di urina in più li avrebbero esentati del tutto.
E così la Pfizer avrebbe potuto cercare in qualche nuovo virus, o magari in un nuovo Hiv giovanile le vere cause dei disturbi renali generalizzati della Cina.
Una vera pacchia per i fedeli amici di Atlanta.
Pensa un po che sfiga. Lo 0,063: qualcosa di cui sognarsi persino la notte.
Diverse ditte cinesi erano sulla lista nera fino a ieri per livelli di 1 e 1,5 mg per kg di melammina.
Va a finire che dovrà loro esserer assegnato un premio qualità.
Troppo bravi e troppo onesti questi casari cinesi. Troppo poca cacca e troppo poca pipì nei loro prodotti.
Ora avranno sicuramente modo di rifarsi e di mettersi in linea col progresso.
Le proteine fanno un gran bene, Mangiate e bevete tranquillamente, genti del mondo.
Abbiate fede e fiducia di noi che vi governiam, vi scompisciamo e vi proteinizziamo.
La pillola anti-melammina e salva-reni è già pronta alla Pfizer. Frantumerà alla perfezione ogni calcolo e ogni incrostazione maligna, Effetti collaterali? Qualche insignificante disturbo cardiaco. Ma anche per quello è già allo studio un nuovo formidabile rimedio.
Quanto allo schifo per gli sputi, la cacca e la pipì nelle vostre bocche, c’è ancor meno di che preoccuparsi:
la nuova cura antivomito sarà nelle farmacie a partire da febbraio, Buon Anno. Firmato FDA e Pfizer.

Qualcuno non è d’accordo con quanto sopra. E vuole incipriare il piatto verde.
L’evoluzione negativa di Nico Valerio.

Non conosco personalmente Nico Valerio, ma ho letto con attenzione i suoi libri.
È quanto di meglio offre il nostro paese in termini di letteratura nutrizionale.
È profondo, informato, mai banale. Scrive anche in modo avvincente.

Eppure c’è sempre qualcosa in lui che disturba e non convince, qualcosa che indispettisce.
Lo chiamerei il fattore C, dove C sta per cultura.
Quando una studia troppo, e va a pescare informazioni dettagliate su centinaia di libri di oggi e di ieri, fa sicuramente una valida ricerca e si arricchisce.
Un uomo tanto vale quanto sa, si diceva un tempo. E a Valerio gli si può dire di tutto, ma non di essere carente in cultura nutrizionale. Parliamo di un maestro prezioso e da rispettare.
Ma quando si esagera si possono anche ottenere effetti perversi e inaspettati.
Ho sbirciato infatti alle sue ultime dispense sulla nutrizione, derivate dai corsi che sta conducendo a Roma, scoprendo che l’autore di Tutto Crudo (1985) e Il Piatto Verde (1987), anziché migliorare come dicono faccia il vino genuino, sta invece peggiorando.
Già il suo testo Manuale di Terapie con gli Alimenti del 1995, pubblicato con notevole pompa e successo tra gli Oscar Supermanuali della Mondadori, non mi era affatto piaciuto.
Chiaro che ognuno ha le sue idee.

La cultura non è sommatoria ed accumulazione di ricerche altrui, ma interpretazione personalizzata.
Niente accozzaglia di dati ed esperienze, ma linea ideologica illuminata dalla scienza.

Per me cultura non significa sommatoria ed accumulazione di tante ricerche altrui, accozzaglia infinita di dati ed esperienze, ma piuttosto utilizzo selettivo di altre culture, seguito da opportuno filtraggio, sintesi, interpretazione personale, con l’ovvio uso di ampia apertura mentale e di rigore scientifico.
Cultura è linea personalizzata, è alveo, è percorso culturale armonizzato e finalizzato, non è fare giri di valzer con le idee degli altri, poco importa se astruse e prive di illuminazione superiore.
Nei suoi primi libri, c’era del pathos, c’era una linea ideologica abbozzata, c’era qualcosa che ti faceva dimenticare la sua formazione culturale prettamente chimica, c’era una linea educativa.
In quel manuale e, in modo addirittura accentuato e direi degenerato, nelle ultime sue dispense, è venuto a prevalere fatalmente il chimico e lo snocciolatore di dati enciclopedici, il letterato e il tecnico, scomparendo quasi del tutto la figura del ricercatore ispirato e del poeta.
Un vero peccato. La cultura italiana ha guadagnato un eccellente bibliotecario e ha perso un ex-magnifico Maestro.

La perdita di un artista e l’acquisizione di un bibliotecario casualista

Ci guadagna la sua scienza? Niente affatto. Il Valerio di oggi, che pure vanta la fondazione di una Lega Naturista nel 1976, è un enciclopedista poco e per niente ispirato, privo di verità e di linea ideologica, innamorato inguaribilmente di quella equidistanza e di quella freddezza che scambia erroneamente per spirito scientifico.
Se mancano le motivazioni, se manca l’ispirazione, se manca la sensibilità, se manca un minimo di amore per la Provvidenza Divina manzoniana, se manca un disegno superiore libero da intralci fideistici. L’effetto finale è il disordine e il caos.
Esordire con un programma ambizioso definito Nutrizione, e dire che il concetto di cibo ideale è un mito che non trova rispondenza nella realtà. Dire che ogni cibo è incompleto, imperfetto e insufficiente, dire che il solo pensare a un cibo per l’uomo è cadere nell’antropocentrismo, è sintomo di ubriacatura culturale.
Non si offenda Nico Valerio.
Ma, come ho il piacere di esaltare i suoi primi libri, che pure consiglio a tutti gli italiani che non lo avessero ancora letto, così mi permetto di stroncare la sua produzione tardiva e quella che sta divulgando nel tempo presente.

L’uomo inatteso e l’uomo capitato per caso.
Una nuova materia culturale chiamata Ateismo e Casualismo Naturista.

L’uomo, dice Valerio, non era atteso sulla Terra, e la sua formazione deve essere stata casuale.
Io non vado in chiesa e non sono pervaso da alcun misticismo, da alcun fideismo per partito preso.
Però questo indulgere sul disordine e sul caso significa blaterare e bestemmiare. Significa esprimersi in termini antiscientifici.
Significa inventare una nuova linea culturale definibile Ateismo e Casualismo Ateista.
Non credere in nessun creatore, non credere in niente ed essere equidistanti o scettici per partito preso, può essere a volte utile e produttivo.
Ma il non credere nemmeno in te stesso, non trovare in te qualcosa di speciale, non attribuirti ruoli e responsabilità, non intravedere compatibilità e contrasti, attrazioni e repulsioni, correlazioni infinite tra quello che si è, come si è, in rapporto alle realtà, agli esseri, alle sostanze e ai cibi che ci attorniano, lo trovo tutt’altro che formativo e scientifico, lo trovo diseducativo e privo di appigli o giustificazioni logiche.

Posizioni sballate e superbe che portano pure ad effetti deleteri per la causa naturistica.
La frutta fa bene non perché l’ho letto sui tuoi libri di un tempo, ma perché la mangio da sempre.

Posizioni che portano pure ad effetti deleteri per la causa naturistica e animalistica, per la causa etica e morale, e questo è l’aspetto più deteriore di tutta la questione.
Atteggiarti a scienziato privo di principi può soddisfare la tua vanità intellettuale, può diventare chic, può renderti interessante, a patto che questo comporti risultati positivi per te e per gli altri, e non danni e pregiudizio.
Quando sostengo che il nostro corpo è fruttariano per disegno, cosa che un tempo Valerio credeva, ma forse mai a sufficienza e reale convinzione, non lo dico per partito preso o per fideismo.
Altrettanto quando parlo di cibo elettivo per l’uomo, che ora lui disapprova.
È un discorso che parte da dati scientifici osservati e provati, da esperienze dirette e personali.
La frutta fa bene all’uomo non perché lo abbia letto sui tuoi libri di un tempo, caro Valerio.
La frutta fa bene perché l’ho mangiata sin da piccolo e la continuo a mangiare tuttora golosamente da mattina a sera.
Cosa che tu probabilmente hai scritto, ma non hai mai fatto, perché la coerenza non è il tuo forte.
Valerio non è mai stato un vegetariano convinto. Ha sempre difeso il latte e i latticini.

È grave per un Maestro fare il vegetariano per moda e per opportunismo.
Non ti si sarà mica sciolta la bella maschera quasi-veganiana di un tempo?

Si è ammantato di vegetarismo e di crudismo quando era di moda farlo.
So di pensare male in questo istante.
Ma, proprio alla luce di questa sua inaspettata e disinvolta evoluzione, ho il sospetto che l’autore da tanti ammirato, peccasse di opportunismo e di protagonismo letterario ai suoi bei tempi.
Avrei molto piacere se venissi smentito con dei dati convincenti.
Perdere un autore preferito è sempre una cosa che disturba e dispiace..
Mi permetto di dare un consiglio allo scrittore romano che vive all’obra del Vaticano.
Chieda a qualche autorità papale di scomunicare il suo passato e la sua Lega Naturista, e fonda al più presto La Lega Chimico-Casualista, coerentemente con le sue ultime divagazioni e le sue smemoratezze mentali.

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