IL DRAMMA DEL FICO E DELLA FICA

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UN PROBLEMA DAVVERO SERIO

Non può essere. Non ci avrei mai creduto. Chi l’avrebbe mai detto. Più di qualche lettrice e di qualche lettore storcerà il naso. Ma come. Uno che pretende di insegnare comportamento e di dare il buon esempio, si mette ora a scrivere sboccato e provocatorio?
O magari si è stancato del suo veganismo tendenziale e ha deciso di cambiare genere.
O forse, chi sa, il sole di agosto. Non proprio a tutti sembra fare bene.
Calma. Vediamo di ragionare un po’. Questo piccolo saggio igienistico-naturale agostano, titolo a parte, è di una serietà straordinaria. Al punto che, se mi chiedessero a quale giornale inviarlo in Italia, sceglierei senza indugi La Vita Cattolica, che normalmente non leggo nemmeno.

QUALCOSA CHE HA A CHE FARE CON LA CADUTA DEGLI DEI, OVVERO CON L’UMANA DEGENERAZIONE

Perché dramma del fico? Perché è un dramma di tipo alimentare, una cosa gravissima, e funge un po’ da simbolo della caduta degli dei cui stiamo tutti attoniti assistendo. Perché dramma della fica? Perché è pure esso una catastrofe di carattere fisiologico, culturale e sessuale, e funge pure da simbolo di questa nuova cacciata di noi moderni Adamo e di noi moderne Eva dal piccolo residuo di Paradiso Terrestre che sembrava esserci rimasto.

IL NESSO LOGICO TRA I DUE TERMINI

Ma cosa mai possono centrare fico e fica. Dov’è il collegamento, se non nella testa calda, bacata, o eccessivamente immaginativa di chi scrive? Non sarà mica un nesso di tipo meramente ortografico, cosa banale che non farebbe sorridere nessuno. Occorre riconoscere che, nelle altre lingue, non c’è alcun rapporto logico tra i due termini. Solo la fantasia sessuale sperticata degli Italiani di un tempo, poteva intravedere nella forma sinuosa, tenera, irresistibile e compenetrabile del fico-frutto, il simbolo accattivante della bellezza intima femminile, poteva cioè assurgere il termine fica ai livelli nobili delle strutture fisiologiche più attraenti ed interessanti. Fatto sta che dici fica e pensi all’obiettivo più ambito ed agognato dalla popolazione maschile, almeno di quella sessualmente conservatrice, non traviata e deviata da varie mode e tendenze degenerative che il mondo ci sta offrendo a piene mani. Quando dei maschi veraci passano per strada e intravedono una donna bella da mozzare il fiato, mica dicono che bella donna. Dicono invece Che bella fica. Si tratta solo di un bel complimento, non di una parolaccia. Eppure le due frasi più italiane più esperantizzate all’estero, dalla Cina al Cameroun, sono Vaffancu’ e Che bella fica. Diciamo pure che, entrambi i termini fico e fica, dicono la stessa cosa. Parlano cioè di un frutto buono e indispensabile, affidabile, ricercato, amato da tutti e amato da sempre. Entrambi sono simbolo della vita stessa. Si parla del fico nel Vecchio Testamento, e si parla di fica, magari usando mille circonlocuzioni, in tutti i segni umani delle varie civiltà, persino nelle tombe dei Faraoni. Degradare, emarginare, sottovalutare questi doni significa rifiutare ed offendere la figura del Creatore. È un atto peccaminoso e scellerato, più ancora di tante infrazioni che pure facciamo. Ma, di nuovo, perché dramma?

ANDANDO IN BICICLETTA NON SI PERDONO I DETTAGLI

L’automobile, quella a motore, dato che l’auto a vela non è ancora approvata dal Codice della Strada, sarebbe di sicuro meglio se non esistesse. Gianni Agnelli se n’è andato, e lo possiamo liberamente dire. Non solo per il rumore e l’inquinamento, non solo per i terribili incidenti che tutti temiamo e talvolta subiamo, ma anche perché ti impedisce di guardare, di annusare, di osservare, di respirare quello che c’è al di fuori dell’abitacolo. Ti fa sì spostare velocemente, ma quanti sprechi in termini di incontri mai avvenuti, di occasioni mancate. È un po’ come l’aereo. Ti imbarchi a Roma o a Francoforte, in un aeroporto con carrelli e banchi arrivi-partenze, e arrivi a Timbuctù, Auckland o Beijing, dall’altra parte del mondo, ancora in un aeroporto, con carrelli (per fortuna che ci sono) e banchi arrivi e partenze. Tutto quanto c’era sotto di te è passato in poche ore. Montagne, mari, foreste, tigri, elefanti, gente interessante. Tutto perso. Vuoi mettere i viaggi di un Marco Polo, dove ogni ora, ogni singola giornata di quei lunghi mesi di tragitto, comportava avventure e sorprese in continuazione, pagine intere di appunti, osservazioni, annotazioni. In questi giorni di agosto, lascio quasi sempre la macchina al suo posto fuori del cancello di casa. Molto meglio la bicicletta, soprattutto ora che le piste ciclabili arrivano fino a quattro passi da casa, e non ci sono più scuse. In bicicletta, ti accorgi che vivi in una dimensione tutta diversa. Non ci sono vetri, non c’è rumore di sottofondo, non c’è tensione. Respiri a pieni polmoni, usi finalmente i muscoli delle gambe, prendi il sole in diretta, saluti gioioso la gente per strada. Vedi gli automobilisti, come degli alieni o dei robot, transitare nella strada accanto tutti stressati, imbronciati e tesi, pronti a saltare addosso al primo che in qualche modo li disturba. In bicicletta puoi anche osservare le meravigliose piante che ci attorniano.

L’ELOGIO DEL FICO

Stamane, sulla ciclabile che porta da Tavagnacco a Tricesimo, osservavo un albero carico di fichi maturi che nessuno mangia o raccoglie. Più che un caso raro, questa è oggigiorno la norma. Questi alberi sacri che il buon Dio ci ha affidato sin dalla notte dei tempi, stanno lì a darsi da fare per mesi e mesi, di giorno e di notte, tutti intenti a succhiare acqua e minerali preziosi dalla terra, a catturare ogni singolo raggio di sole, ogni goccia che arrivi dal cielo, a rifare ogni anno la propria corteccia, a imbottirsi di linfa, a far esordire i propri germogli, a sviluppare foglie e infiorescenze. E poi, alla fine di tutte queste vicissitudini, una o due volte l’anno in estate-autunno, essi prorompono coi loro meravigliosi frutti, con le fronde che tendono quasi ad abbassarsi. Un miracolo della natura. Verdi, rossi, blu o neri, teneri e gustosi, carichi di zucchero toccasana, di vitamine e minerali ed enzimi in forma strepitosa, di cento altri micronutrienti che l’uomo non è ancora nemmeno riuscito a classificare. Mangi un fico e fai un sospiro di gioia. Ne mangi 5 e ti pare di rinascere. Ne mangi 10 e ti senti volare. Per tutta la giornata, se non ti rovini stomaco e intestino con delle porcherie, ti ritrovi a far girare la lingua in bocca da tutti i lati, hai quella che si chiama l’acquolina in bocca, tanto buono è il sapore che ti hanno sparpagliato addosso. Il fico, per i nostri paesi del Mediterraneo è paragonabile per bontà, per carica zuccherina ed enzimatica, per carica vitale e sessuale, al magnifico durian dei paesi equatoriali asiatici.

LE OBIEZIONI RIDICOLE CONTRO IL FICO

Eppure la gente, dissoluta, irragionevole, piena di porcherie alternative e incompatibili nel proprio apparato gastrico, li lascia marcire sull’albero, tradendo così il Creatore, il fico e persino se stessa. Sono sicuro che, entrando in quella abitazione accanto, e aprendo la portiera del frigo, vi troveremmo ogni ben di Dio: carne, pesce, mortadella, formaggio, pollo, gelati.
Se gli vai a chiedere come mai quei fichi lasciati a se stessi, ti diranno che li mangiano sì, ma distrattamente, uno ogni tanto, magari un giorno sì e uno no. Se parli coi loro ragazzi, scoprirai che di mattina si fanno al massimo un panino col burro e la marmellata, quando non optano per un affettato, e che a merenda preferiscono un gelato o una bibita. Se c’è poi qualche obeso o qualche diabetico in famiglia, peggio con peggio, meglio nemmeno avvicinarsi al fico. Chissà che non ti faccia ingrassare anche la sola aura zuccherina della pianta. Poco importa se è diventato così non certo per i troppi fichi mai mangiati in vita sua, ma proprio per quegli autentici anti-fichi che sono le carni, le uova, il pesce, i formaggi, i gelati, i minestroni e le pastasciutte, che hanno sempre costellato la sua folle alimentazione. E il povero fico, che ha svolto il suo dovere a puntino per non tradire le aspettative umane e le disposizioni assegnategli dal Padreterno, si ritrova abbacchiato e inutile, messo in cassa integrazione in attesa di tempi migliori. La scena si ripete all’infinito. Non c’è casa senza fico, perché, una volta tanto, le buone tradizioni dell’antico passato si rispettano. Ma non c’è pure fico senza fichi lasciati in balia di mosche, formiche ed api, intelligenti e buongustaie più degli umani, mentre il destinatario principale, l’uomo, si permette di offendere, di svalutare e snobbare, l’oro solare dell’alimentazione, il massimo frutto che la stagione gli regala a piene mani.

L’UVA CHE SI SALVA PER MERITO DEL VINO

La stessa cosa avverrebbe, nota bene, anche con l’altro frutto principe della stagione, che è l’uva, se non esistesse il fattore vinificazione. Il vino, cioè il succo d’uva fermentato e alcolizzato, quello sì che merita tutta l’attenzione dell’uomo. Come si farebbe senza vino? Non si potrebbe nemmeno più mangiare. Tutti morirebbero di fame a questo mondo. Il vino serve infatti non a bere, perché per la sete esiste già l’acqua, ma per accompagnare le bistecche, per associarsi alle proteine ignobili delle varie carni che si alternano sui piatti dei cannibali civilizzati dell’era moderna. Non per niente è nata l’aulica categoria dei Sommelier, intesa, più che a riconoscere e valutare i vari tipi di vino, a stabilire i migliori accoppiamenti possibili tra il vino e la carne, tra il vino e il pesce, tra il vino e i formaggi, cioè i cibi più proteici ed indigesti in circolazione. Non si è mai sentito un Sommelier cercare degli accoppiamenti vino e frutta o vino e verdura, visto che frutta e verdura, soprattutto se consumati al meglio, vale a dire crudi, si auto-digeriscono e non hanno bisogno di spinte alcoliche o di altro tipo. Vino bevanda digestiva? Nemmeno per sogno. Vino acceleratore per la toeletta, e vino killer per il fegato. La digestione è tutta un’altra cosa. Purtroppo il fico, secondo qualcuno, come cibo non vale niente, e come vino lasciamo perdere (su questo ultimo dettaglio possiamo convenire). Mica a caso, si usa dire, di qualcosa che è inutile, non vale un fico secco, facendo intendere che il fico non-secco, pure lui, è di scarsa importanza.

IL VERO E FORSE IL SOLO PECCATO MORTALE DELL’UMANITÀ

L’uomo, dicevamo, che si permette di offendere a quel modo il fico e Dio, commette il peggiore dei peccati mortali, il peccato da cui nasce il seme della violenza che poi si suddivide e si dirama in cento modi diversi. Chiaro che il fico, in questo frangente assume il significato di un simbolo. Esso diventa il modello simbolico dello sfregio umano contro il cibo naturale.
Il collegamento peccaminoso, evidente e tastabile, avviene tra quelle carni che stanno nel frigorifero, tra quei salami e quei vini che stanno nella cantina degli uomini, e quei fichi che rimangono oltraggiati beffardamente tra i rami. Quando non è il fico ad essere messo in disparte, c’è la susina e la pesca, o il kaki e l’arancia, e, nei paesi tropicali, l’ananas e la banana. Il fico li rappresenta bene tutti quanti.
Il fico è l’immagine più genuina della natura, dell’albero divino.
Il fico è il contraltare efficace dell’albero satanico e insanguinato che produce il frutto maledetto.
Il contraltare di quel meccanismo perverso che è la macellazione, di quella molla infida che fa scattare nella mente umana la preferenza per il cibo crudele e violento che va a sostituire in tutto e per tutto il cibo umano per eccellenza.
Un peccato che, se si applicassero i criteri della punizione divina, sarebbe tra i peggiori, tra quelli mortali che non si ha il coraggio di confessare nemmeno al prete.
Reverendo, dovremmo dire ad alta voce, ho commesso atti impuri a ripetizione, ho desiderato tutte le donne che passano per strada, belle e meno belle, ho pure adottato a volte il noto criterio del basta che respiri, purché non sia mia moglie, sono stato rozzo a destra e a sinistra, ho imbrogliato il prossimo, non ho fatto il mio dovere.
Poi, alla fine, dovremmo sussurrare con forte imbarazzo: ho fatto qualcosa di molto peggio che non ho il coraggio di confessare. Dimmi, anima in pena, cos’altro hai mai combinato?
Mi sono riempito lo stomaco di carne, uova e gelati, di pastasciutte al ragù e di panini con l’hamburger, e ho lasciato i miei fichi sull’albero.
Male figliolo. Per tutte le cose che mi hai detto ti assolvo in nome del Signore. Ma per la faccenda del fico puoi solo andare in pellegrinaggio a Lourdes.
Questo dovrebbe essere il quadro razionale dei delitti e delle pene quotidiane, se il confessore fosse all’altezza dei suoi compiti.
Ma, dal momento che è lui il primo a privilegiare la coscia del cappone allo spiedo e la bottiglia di Chianti di annata, non ci saranno pene per nessuno, e tutti continueranno a commettere liberamente i propri comodi e i propri spropositi.

LA GUERRA SUDICIA E VERGOGNOSA DELLA BISTECCA AMERICANA CONTRO LA COREA

La guerra della bistecca, che gli Usa stanno combattendo contro la popolazione sud-coreana in questi giorni, al fine di imporre ad ogni costo l’assorbimento di 5800 tonnellate di carne disossata giacente da 7 mesi nei magazzini doganali di Seoul, e l’arrivo di altri carichi maledetti identici al primo, ha pure un grande valore simbolico.
Rappresenta infatti una dimostrazione classica e concreta del cancro umano per eccellenza, che si dirama anche nei rapporti internazionali.
La popolazione di Seoul ha messo la città sottosopra, con centinaia di feriti e qualche morto, con decine di autobus ribaltati e 300 veicoli della polizia dati alle fiamme.
Condoleezza Rice era da quelle parti per parlare della moratoria nucleare e per assicurarsi che la Corea del Nord bloccasse davvero e definitivamente la fissione nucleare.
Ma gli è arrivato un messaggio in codice per inserire nel suo pacchetto diplomatico i carichi di carne bovina e la legge approvata precedentemente dal governo coreano contro l’import di carni americane.
Tutti quei disastri cittadini, tutte quelle furibonde lotte per le strade del centro non sono certo avvenute contro gli esperimenti atomici di Pyongyang, ma proprio contro il carico maledetto.
La scusa, che in tali carni ci sarebbero pure delle ossa, e dunque il rischio di quel prione mucca pazza che fece scattare anni addietro il provvedimento coreano, potrebbe apparire un dettaglio tecnico banale e cervellotico, di fronte al rischio concreto che tale massiccio lotto di prodotto americano vada in concreta putrefazione e appesti in modo irreversibile la stessa aria di Seoul.
C’è in Corea gente disposta a farsi ammazzare, e a stendersi notte e giorno a turno sulle strade di ingresso e di uscita che portano agli enormi depositi doganali.
Per fortuna che ora è arrivata la nuova guerra del Caucaso e della Georgia, a distrarre l’attenzione mondiale.
Così la guerra della bistecca viene sottratta all’attenzione mondiale e non se ne parla per niente, per non creare ulteriori imbarazzi.

OGNI SINGOLA NAVE, 60 MILA MANZI DI 3 ANNI AL PATIBOLO E UNA SCIA DI 5 MILIONI DI LITRI DI SANGUE

Non siamo di certo esperti di tagli in macelleria, ma basta poco per fare delle stime.
Abbiamo capito che, oltre alle navi petroliere, specializzate nel caricarsi di petrolio, alle baleniere, per la caccia alle balene e la lavorazione immediata a bordo, esistono pure le navi bistecchiere.
Un manzo del peso di 500 chili lordi alla macellazione, tolta la pelle inviata alle industrie conciarie e alle fabbriche di calzature e di borsette, tolti gli organi interni e il sangue inviati ai laboratori farmaceutici di Atlanta per le eparine e gli altri prodotti ormonali, tolte le ossa inviate ai produttori di farine proteiche per far ricrescere velocemente altri manzi da ingrassare, può valere in peso netto pro-capite macellato e disossato, a 100 chili più o meno.
Un carico di 6000 tonnellate di tale prodotto equivale dunque a 60 mila manzi macellati.
L’intera popolazione a quattro gambe di una città media italiana come Udine, tutta immagazzinata in una sola nave.
E una fila ininterrotta di navi pronte a partire con un altro carico. Ad ogni nave, 5.000.000 di litri di altro sangue che va a colorare di rosso la terra appestata dei mandriani d’America.
La sofferenza infinita, la paura e le atroci pene inflitte a un ragazzotto a quattro zampe, pieno di vita e di speranza, trascinato brutalmente in macelleria all’età di 3 anni.
Una sofferenza moltiplicata 60 mila volte.
Questo è l’oggetto della contesa. Questo è il contenuto di una sola nave.
Chiaro che in America fanno le cose in grande, e che una nave significa poco e niente.
Essendoci in Corea 60 milioni di persone, e imponendo un consumo di 1 solo kg a testa a settimana di carne americana (dato che i coreani, pur non essendo vegetariani, non sono tuttavia grossi mangiatori di carne) si ottiene proprio la cifra esatta di un carico a settimana di 6000 tonnellate di carne.
La guerra della bistecca prevede l’imposizione di 4 soli carichi al mese.
Il ricatto è molto semplice.
O la Corea firma il trattato di riapertura mercato, o l’America blocca l’importazione di autovetture Hyundai negli Stati Uniti.
Gli alberi del fico, e tanti altri alberi divini, abbondano pure in Corea.
Ma ecco che il Satana a stelle e strisce impone alle famiglie di quel paese di riempire i propri frigoriferi di bistecche, e di lasciare pure là i fichi a marcire sugli alberi.
Confesso di avere politicamente poco da spartire con le sinistre, e ancora meno con quelle arrabbiate, ma in questi casi sono costretto mio malgrado a solidarizzare coi no-global.
A Seoul ci sono negozianti con le vetrine frantumate. Famiglie coi propri figli in ospedale. Tutte a maledire i rivoltosi che rendono impossibile la vita normale nella capitale.
Tutti ad augurarsi che si torni subito alla normalità e alla ragione.
Tutti ad augurarsi che la gente si rilassi e vada una buona volta in vacanza al mare. Anche in Corea ci sono tante belle isole, e spiagge magnifiche in cui dimenticare quello che succede dietro le quinte dei magazzini doganali del paese.
Tutti ad augurarsi che le auto Hyundai continuino ad uscire regolarmente dalle rispettive concessionarie americane, che le 4 navi al mese continuino a scaricare i cadaveri di 2.880.000 manzi/anno, che i frigoriferi coreani siano riforniti puntualmente di carne disossata americana, che i magnifici fichi delle campagne coreane rimangano inutilizzati sui propri alberi.
Capito in quale mondo viviamo?
E non mi verrete a dire che vi state scandalizzando per il termine irriguardoso fica, che ho villanamente usato all’inizio.

IL DRAMMA DELLA FICA NON È POI COSÌ DIVERSO

I frutti preziosi e delizia del palato e dell’intestino, lasciati vilmente a macerare sull’albero, non sono forse simili alle tante belle donne che i maschi trascurano e non guardano nemmeno più?
Dov’è mai finito il romanticismo?
Dov’è mai finito persino quell’arraparsi per le nudità e la pornografia che faceva tanto scandalo?
Dov’è finita la voglia sana di vivere, di scherzare, magari di trasgredire, che ci ha benevolmente intrattenuti e tentati per secoli?
Nei tempi andati, il mais si seminava a righe su solchi alti, alternati a cunette.
Era un sollazzo entrare in quella foresta verde e profumata di pannocchie, e stendersi su quei cuscini soffici di terra, con la controparte disposta a tutto.
Oggi le cose sono radicalmente cambiate.
Intanto sono cambiate le tecniche di lavorazione.
Niente più i magnifici solchi degli aratri di un tempo, ma un terreno insipido e piano, su cui sarebbe impossibile realizzare qualcosa di kamasutrico.
E non è neanche facile indurre una donna a entrare in un campo di mais, sia essa una conquista occasionale, una morosa o una moglie, o persino una prostituta.
Non è che io ci abbia provato, ma me lo posso immaginare.
La difficoltà non sta tanto nel fatto che siamo meno aitanti e convincenti fisicamente, quanto nel fatto che la gente odierna è diventata più esigente e schizzinosa.
Serve l’acqua, il profumo, la cipria, il talco, l’attrezzo sado-maso, il filmino porno, lo specchio, il doppio preservativo, il sottofondo musicale, il calcolo preventivo sull’effetto Viagra. E, anche se la donna fosse eroicamente disposta all’improvvisazione e all’avventura bucolica in mezzo alle stoppie, sarebbe lei a non trovare più il maschio adatto.
L’Adamo moderno è peggio ancora della donna. Più effeminato e de-virilizzato che mai.
Si stira i capelli e se li imbottisce di gel, si rifila le ciglia, indugia pigramente sotto la doccia, si imbeve di colonie e di profumi strani che provocano crisi di stomaco a chi lo avvicina. Non disdegna il tatuaggio e l’orecchino.
Gli manca davvero solo la cipria, il rossetto, il rimmel e le calze Omsa.
I tacchi a spillo no. Ma solo perché è alto o sovrappeso, e tenderebbe a rompersi l’osso del collo.
Spende il suo tempo libero tra il computer e la palestra, dove ingurgita Gatorade e gonfia i suoi muscoli con steroidi e anabolizzanti.
Il sesso? Cos’è una pianta tropicale o un animale clonato?
Al massimo è capace di spararsi una sega, ammesso che ne abbia l’energia, dopato com’è dalla cola, dal fumo e dagli spropositi delle discoteche.
Oppure, se davvero gli capita il momento del toro, va nelle viuzze proibite della sua città e tenta di risolvere il tutto con una extracomunitaria, meglio se nera, e che parli il meno possibile la sua lingua.
Non è per niente alla ricerca di una comunicazione o di un rapporto umano.
Ma solo di un robot meccanico molleggiato, con quattro straccetti addosso, capace di esprimersi a soli monosillabi e di scaricare il più velocemente possibile le sue inattese e quasi scoccianti brame. Il sesso è una cosa superata e di altri tempi.

I BEI TEMPI ANDATI DEL ROCK E DELLA MATTONELLA. TANTE BELLE INTESE E NESSUNA VIOLENZA.

Nel dopoguerra, nei magnifici anni 60, 70 e 80, le cose erano molto diverse.
Le canzoni erano stupende, la gente si divertiva, gli hobby dei maschi erano costruttivi e concreti. C’erano le balere all’aperto e c’era il rock per tenersi in forma, ma anche i balli del mattone, prove generali per qualcosa di più esilarante.
I maschi erano tosti, non distratti dall’informatica e dai telefonini.
Le donne erano maliziose e ammiccanti, misteriose e apparentemente irraggiungibili, ma sempre all’altezza della situazione. Le donne erano alla fin fine veraci e consenzienti.
Il divertimento e lo spasso erano assicurati per entrambe le parti, come stabilisce giustamente madre natura. Spogliare e spiumare le femminucce era indiscutibile titolo di merito. Non c’era Viagra e non c’era sopraffazione. Nessuna incomunicabilità. Ci si capiva al volo.
Qualche stupro sì, perché gli imbecilli e gli incoscienti esistono in ogni epoca, ma non una cattiveria e una sopraffazione sistematica ed epidemica come quella dei giorni odierni, dove i maschi rimangono in stato di disuso e di auto-castrazione per undici mesi all’anno e, quando gli capita il momento critico, perdono completamente la testa.

IL BOOM DEI PRESERVATIVI E DELLA MASTURBAZIONE

E il consumo di Hatù, nota fabbrica goldoniana (con la g minuscola), nelle salde mani dell’ineffabile ma, tutto sommato, simpatico arcivescovo Marcinkus, non era affatto a livelli paradossali.
C’era intesa e reciproca fiducia tra i due sessi. Il preservativo è invece simbolo di distacco, di timore, di disinteresse, di sospetto.
Chi prova Hatù non cambia più, era lo slogan e lo scandaloso cavallo di battaglia di quei tempi.
La gente era innocente e fiduciosa. Nessuno avrebbe poi immaginato che la più grossa industria nazionale legata al rapporto carnale fosse nelle mani del Vaticano. Niente di scandaloso, per carità.
Qualcosa di incoerente forse sì.
Tuttavia, gli amanti veraci continuavano a privilegiare il rapporto intimo privo di barriere.
Almeno fino a quando non arrivarono i patiti della masturbazione.
Fino a quando non giunse all’età del testosterone un certo mio amico Eugenio, che consumava preservativi a raffica, uno per ciascuna pugnetta, visto che la plastica lo eccitava particolarmente, e gli evitava inoltre di schizzare il suo seme disordinatamente su materassi, mobili, soffitti e pareti di casa.
Fin quando non arrivarono le discoteche, a infierire un vero colpo al sesso solido e reale, coi loro rumori atroci, devastanti almeno quanto le sigarette, col fumo passivo e le pasticche di ecstasy assunte da questa gioventù squinternata del sabato sera.

LA BEFFA DELL’INVENZIONE AIDS. UN CICLONE DEVASTANTE CHE TOGLIE OGNI RESIDUA VOGLIA DI SORRIDERE. LA PEGGIORE E LA PIÙ IMPERDONABILE GAFFE STORICA DEGLI STATI UNITI D’AMERICA.

Finché non arrivò la mazzata Aids, che cadde sull’umanità intera con la forza di un immane ciclone devastatore. Un attentato non solo alla sessualità, ma persino ai semplici rapporti sociali tra le genti.
La beffa Aids, costruita totalmente a tavolino nell’America incosciente di questi tempi, fa capire la capacità mediatica e globalizzante di quel paese, capace di ipnotizzare il mondo intero con la forza delle sue televisioni e dei suoi media.
L’Aids si può ormai considerare come l’anno zero del Signore o come il 1492 e la scoperta dell’America, come una data storica che stacca un millennio di storia passata dal millennio successivo.
C’è il prima dell’Aids e il dopo Aids.
Non era mai successo nella storia umana che l’ipotetico papa più bigotto e bacchettone che la mente umana riesca a immaginare, avesse mai martellato e disintegrato la sessualità popolare e il sano piacere di fare all’amore, con la forza di una epocale enciclica o con la violenza della peggiore Inquisizione, come hanno saputo fare gli sconsiderati made in Usa e gli eredi pasteuriani fabriquè en France, con le loro astruse e ripugnanti crociate anti-Aids.
Non per niente, le redini di comando della scellerata combriccola Aids stanno essenzialmente nelle mani degli omosessuali e degli eunuchi d’America, spalleggiati dalla potente coalizione farmaceutica mondiale.
Accusati in un primo momento di essere i portatori della neo-manzoniana peste Hiv, i finocchi d’Oltre Oceano si vendicarono immediatamente contro-rivolgendo le accuse verso l’amore etero-sessuale. Alla fine, abbiamo assistito per vent’anni a indegne campagne terroristiche, ad assurdi sensi di colpa, a tragici salti nel vuoto da ponti e palazzi, a insulsi e inverosimili slanci di monachesimo coatto.
E questo è successo un po’ dovunque.
Ricordo ancora quando i 20 mila taxi di Singapore portavano un cartello pubblicitario esplicativo, ben visibile esternamente. Ci stava scritto: Attento a chi frequenti stasera!
Anche al Changi Airport erano esposti irresponsabili cartelli di tono simile a quello.
Un attentato alla curiosità e all’attrazione tra le genti.
Un segno di scarsa intelligenza e di demenza mentale da parte di governi e istituzioni, preda della farsa Aids.
Tutti i servizi degli aeroporti del mondo equipaggiati con distributori automatici di preservativi.
Un business mega-galattico per le industrie plastiche prime sovvenzionatrici della banda americana Aids.
Tutti preda del morbo Hiv.
Di un morbo che non è un morbo, e che sopratutto non si trasmette, e che nulla ha a che fare col sesso.
Chi mangia sano e chi mangia fichi, non ha bisogno di preservativo.

PETER DUESBERG E LA SCEMENZA DEL PRESERVATIVO

Doveva arrivare Peter Duesberg, docente di biologia molecolare e cellulare alla University of California di Berkeley, pioniere della ricerca dei retrovirus e primo scienziato al mondo ad aver isolato un gene del cancro, per smontare pezzo per pezzo l’indegna e insostenibile invenzione Aids.
Chi ricorre alla frutta del macello, è meglio che si protegga per bene, ma non solo dall’Aids, ma da tutte le altre pesti vere o immaginarie che girano.
Che si protegga non solo la parte nobile, quella che deve condurre a compimento quel capolavoro della natura che è l’amplesso entusiastico, libero e consenziente, ma anche tutto il resto.
Se uno è sospettoso e ha paura del partner o della compagna, come fa stupidamente a mettersi doppio preservativo e poi a scambiarsi baci e morsi e carezze, senza prima essersi infilato anche la testa entro uno scafandro plastico-protettivo?
Non facciamoci ridere anche dalle anatre e dai tacchini.
Dove sta la zucca, dove sta la coerenza, dove sta il discernimento?

CADE LA VOGLIA DI COPULARE E IL MASCHIO TOSTO VA IN PENNACCHIO

Intanto, la voglia di copulare è caduta rovinosamente.
Entro le mura domestiche, escluse le prime notti, lo era così da sempre, perché anche la minestra più buona, propinata a ripetizione e per obbligo sociale e di chissà quale dio, ti piace per una, dieci, cento volte, finché alla cento-unesima ti accorgi che è insulsa e insipida, e decidi che non ce la fai più, che è ora di smetterla.
È la reazione di rigetto.
Non è che ti metti necessariamente a tradire e a cornificare.
Quello sarebbe il meno.
Succede ancora di peggio.
Vai semplicemente in pennacchio, ovvero in penacul, come dicono in modo colorato da queste parti riferendosi a quel granoturco che fa una vistosa infiorescenza e non produce più alcuna pannocchia, per significare che ti cala il membro e ti cresce tutto il resto.
Non puoi pretendere di estrarre sangue dal muro all’infinito.
Ho assistito a una scena interessante in quel di Singapore.
Visitavo la famiglia di un amico cinese. Era sabato sera.
La moglie gli diede una banconota da 50 Sin$ (31€), e lo ammonì: Se vai con la stessa prostituta più di una volta te lo taglio.
Una volta a settimana gli dava via libera e lo finanziava, a patto che non si affezionasse ad alcuna ragazza.
Gli arabi, che non sono scemi del tutto, mica hanno inventato gli harem a caso.
Ma anche le ragazze non sono tutte svogliate, frigide e rinunciatarie.
Esistono dei villaggi in Cina dove comandano le femmine.
Sindaci, assessori e consiglieri al comando, tutte donne. E, per mantenersi in forma, si tengono appresso o a turno alternato tre o quattro mariti.
E pure in Africa sopravvivono diverse forme di matriarcato.

IL MATRIMONIO È LA TOMBA DEL SESSO

Non puoi intestardirti a pretendere eccitazione ed erotismo da una persona che è diventata più sorella di tua sorella, più madre di tua madre, più figlia di tua figlia, più carabiniere del carabiniere.
Anche il miglior amore maritale può diventare volgare sopraffazione o degenerata follia, può trasformarsi in stupro reciproco di routine, in un perseguitare se stessi e il proprio partner.
Un voler disperatamente tirar fuori da un corpo e da una anima flagellati dalla noia e dalla abitudine, quello che non esiste più.
L’erotismo è curiosità, scoperta, conquista. Che vuoi scoprire e conquistare in uno o una che ti sta tra le palle giorno e notte 360 giorni l’anno?
Il matrimonio è la tomba del sesso e dell’erotismo, sentenziava non a caso un certo Reich che si intendeva molto di più dei consulenti matrimoniali ecclesiastici.
E così alla fine, le case si trasformano in case di letterale tolleranza, non nel senso delle case chiuse della famigerata o eroica, a seconda dei punti di vista, onorevole Merlin, ma in case dove c’è della gente che non si attrae più ma tende a stare alla larga e a tollerarsi.
Le case si trasformano in piccoli monasteri di frati trappisti, in case di ricovero o di pensionamento, di gente che un tempo era riuscita a trovarsi reciprocamente interessante.
Buon giorno e buonasera.
Nessuno che tocchi più il culo alla propria moglie, neanche per scherzo, anche perché si prenderebbe dello sporcaccione e del dirty old man, o magari un ceffone e una denuncia.
Nessuna che sgomiti il marito e lo sgambetti per farlo ricadere sul letto e costringerlo a una ennesima maratona.
Ho un amico che, quando gli viene la voglia, deve sfilare una banconota da 100 per assicurarsi i servizi di sua moglie.

IL DEMONE PERSECUTORE CHIAMATO MOGLIE

Il noto ambientalista-scrittore di montagna Mauro Corona, si meravigliava della missione congiunta sull’Everest di una coppia di alpinisti trentini.
L’eroismo non è quello di salire sull’Everest, ma quello di stare con tua moglie per tutto quel tempo.
Io non ce la faccio più nemmeno a resisterle mezz’ora mentre fa la spesa al supermercato.
Quanto alle case, ha aggiunto, non saranno mica case quelle di oggi? Lustre, lucenti, disinfettate, cloroformizzate e imbalsamate, come le donne che ci abitano dentro. Un vero incubo viverci con un demone persecutore chiamato moglie. Altro che l’angelo della casa.
Per me la casa è un posto dove poter entrare senza togliersi le scarpe, portandoci dentro pomodori e piante aromatiche. La vera reggia per me è un posto in cui vivere e rilassarmi, sentirmi magari addosso il profumo della terra e della campagna.
Da noi comunque i matrimoni resistono e tirano a campare, traducendosi in sfoghi ironici e graffianti, ma pur sempre bonari.
Non è come in America dove durano anche pochi giorni e poche settimane, dove non è raro che la gente si sposi e divorzi decine di volte.
È inutile che le chiese lancino strali e messaggi intesi a salvare le convenzioni.
Come ha detto Gene Simmons, il leader-filosofo dei Kiss, La prima causa di divorzio è il matrimonio stesso. È una formula irrealistica, non si sa bene se inventata dalla donna e subita dall’uomo o viceversa. Nessun dubbio che si tratti di una trappola e di un cappio al collo, soprattutto per l’uomo.
L’altro guaio del matrimonio è che uno dei due contendenti è un maschio, vale a dire un infedele per natura.

IL MEMORABILE ED ESILARANTE ACQUISTO DI BEPO E PAULI

Tornando al sesso, gli ultimi rappresentanti del sesso forte, del sesso maschio e protagonistico, sono stati, cinque anni fa, Pauli e Bepo di Buie, due settantacinquenni dei dintorni, agricoltori e celibi inveterati.
Vivevano in tuguri agricoli vecchio stile, anticamera della stalla e del letamaio, e, scoperto il Viagra, decisero di rivolgersi a una agenzia matrimoniale udinese.
Nella loro vita, di manze nude ne avevano viste tante.
Bazzicando per i loro campi, avevano osservato con morbosa attenzione le pagine di qualche rivista pornografica gettata da qualcuno, scoprendo che le mammelle non erano prerogativa esclusiva delle loro mucche.
Ma una donna verace in carne ed ossa, questo mai, almeno dai tempi del servizio militare anteguerra.
Dovevano arrivare al capolinea per riscoprire la femminilità.
Fecero infatti un acquisto incredibile ed eccezionale.
Gli arrivarono a casa due piacenti ragazze dell’Est, volonterose e di bocca buona al punto di non fare immediato dietrofront all’impatto con due ruderi di tale portata.
Ma, dopo una prima sortita comune nei supermarket a nord di Udine, le due coppiette andarono al collasso ancora prima delle bramate carezze.
Le due donne pensarono per un attimo di fare buon viso a cattivo gioco, e dissero tra sé e sé che i nuovi compagni erano ruvidi, disfatti ed avvinazzati. Ma che dopotutto le avrebbero lusingate almeno su cibo e vestiario.
Anche perché era inverno, erano coperte da vestitini leggeri e tremavano di freddo. Ed in più avevano una fame del diavolo.
Non avevano preso in considerazione un fatto, e cioè che i nostri due eroi campagnoli, pur dotati di un invidiabile conto bancario, andavano al supermarket due volte l’anno, a Pasqua e a Natale, e che l’unico acquisto, un giorno sì e due no, era quello del pane.
Le scene al Carrefour, descritte da qualche curioso testimone furono a dir poco esilaranti.
Le ragazze che facevano incetta a destra e a manca di tutto quello che trovavano interessante e gli capitava sottomano, e lo deponevano nel loro rispettivo carrello.
I due che, seguendole a ruota, verificavano il costo delle derrate prescelte, e riportavano prontamente il tutto sui banconi originari.
Alla fine, quando passarono alla cassa, erano rimasti non i 30 e più articoli di spesa per ciascun carrello, ma una manciata di cose che ai due zoticoni parvero costare una fortuna, mentre alle povere malcapitate amanti, apparsero come ulteriore beffa, come un sogno d’amore infranto.

MICA MALE CACCHIO. SEI MILIONI PER VEDERE UNA TROIA NUDA PER DUE ORE.

L’ineffabile duo, si ritrovò a casa di Bepo due giorni dopo, per fare il punto della situazione.
Alore, cemùt ise lade? (Allora, com’è andata?), chiese Pauli a Bepo.
Nìe mal dioboe, sis milions par viodi une troe crote par dus ores. Mi sa tant che le hai cjapade propret tal viadoro.
(Mica male, cacchio, sei milioni per vedere una troia nuda per due ore. Mi sa tanto che l’ho presa proprio nel sedere).
E le tu? (E la tua?) Chiese Bepo a Pauli.
O ài cirut di fài le vòre. Mi e rivàde une sberle che no ti dis. (Ho cercato di farle il lavoretto. Mi è arrivata una sberla che non ti dico).
E dopo? (E dopo?)
Nìe, dut lì. (Niente, tutto lì).
E a clamàt un taxi pe stasiòn. E a cjapàt un treno no sai par dulà. Une aventure a bighe di cop.
(Ha chiamato un taxi per la stazione di Udine. Ha preso un treno non so per dove. Una avventura stramba davvero).
Ci vorrebbe un gaudente Giovanni Boccaccio, per rimpinguare le pagine del suo Decamerone, od anche la cinepresa di un dissacrante Pasolini, per filmare e commentare al meglio questa storia vera dei giorni nostri.
Nulla di cui andare particolarmente fieri. Ma almeno un segnale di sana vitalità ottuagenaria.
A dimostrazione che, la voglia di farlo, sta quasi più nei rozzi e legnosi vecchi avanzi, nei residui umani di un tempo che fu, più che nei ventenni di oggi, tutti computer, Internet e discoteche.

LA GENTE HA ASSOLUTO BISOGNO DI RIDERE. CHI VUOL ESSER LIETO SIA.

Viviamo nel dopo-Aids, sulle ceneri di un mondo che ha bruciato e carbonizzato malamente un capitale immenso chiamato voglia di vivere.
Nessuno si faccia l’idea che stiamo cercando di distruggere i pochi saldi valori che ci rimangono.
Il nostro non è un inno alla disintegrazione familiare, ma solo una descrizione franca e spassionata di come sta andando la vita.
La verità è che c’è in giro un gran voglia di capire, di chiamare le cose col loro nome e di smetterla con le troppe ipocrisie.
Ed anche un irrefrenabile desiderio di evadere dai nostri problemi e dalle nostre mediocrità.
Abbiamo dopotutto la fortuna di non essere tiranneggiati da qualche alieno che ci sgozza in serie e ci carica disossati a 60 mila per volta su navi macellaie destinate all’esportazione.
Ed abbiamo nel contempo la sfortuna e il disonore di essere noi quelli che commettiamo tali stratosferiche porcherie.
Ci vorrebbe di nuovo Lorenzo il Magnifico. Quello del Chi vuol esser lieto sia.
Non perché del domani non c’è certezza, ma per il fatto che la gente ha assoluto bisogno di ridere, di divertirsi, di scrollarsi di dosso le proprie disgrazie fisiche e spirituali, di fare nuovamente l’amore in modo sano e spensierato, e non di intristirsi e rinchiudersi in se stessa.
Ha bisogno di ridere anche per pareggiare, o tentare di equilibrare, tutte le atrocità e tutte le lacrime di disperazione che ci coinvolgono, tutte le azioni aberranti che stanno avvenendo intorno a noi.
Torniamo pure al sano erotismo, che è di sicuro mille volte meglio del disinteresse reciproco e delle laide deviazioni lesbiche ed omosessuali.

UN BANDO ALLA VIOLENZA IN TUTTE LE FORME. NE SIAMO CIRCONDATI IN MODO INFAME.

Ci vuole un inno non alla dissolutezza e alla distruttività, e nemmeno al tradimento reciproco.
Ma a un sano erotismo e a un salviamo il salvabile. Almeno quello che è rimasto di buono.
Un inno a mettere al bando la violenza, gli abusi, alle aggressioni in tutte le forme, e a scartare pure i drammi del possesso e della gelosia. Perché siamo tutti persone libere per diritto divino.
Anche all’interno di eventuali legami convenzionali.
Non c’è poi necessariamente contraddizione tra l’attrazione benedetta dalle chiese, intesa a generare figli, e l’attrazione fine a sé stessa, o finalizzata al puro scherzo, alla pura passione, al puro divertimento.
Essere gaudenti non significa essere sporcaccioni e sboccati.
Siamo stati rovinati da secoli di sessuofobia infame.
A meno che non vogliamo fare l’abitudine e l’abbonamento a una società di ex-uomini impotenti e spompati, di ex-donne schizzinose e frigide.

IL SESSO NON È TUTTO. MA ATTENZIONE ALLE INSIDIE DELLA VIRTÙ. IL MORTORIO C’È TRA LE MURA DOMESTICHE, MA ESISTE ANCHE AL DI FUORI DI ESSE.

Il sesso e l’erotismo non sono tutto.
Vanno benissimo anche la purezza, la castità, la verginità, il monachesimo, a patto che si tratti di scelte libere e non forzate o condizionate da fattori esterni.
A patto anche che non producano effetti collaterali negativi. A patto che non rovinino una persona.
A patto che non inducano ad atti di morbosità e a deviazioni sessuali incontrollate.
Indossare una tonaca o un saio non ti fa perdere le caratteristiche e gli appetiti sessuali.
La repressione degli istinti porta spesso a risultati sconvolgenti, come insegnano Freud e la psicanalisi.
C’è spazio anche per le tante coppie che convivono più per onore di firma che per altro, o perché non c’è soluzione di continuità tra il mortorio tra le mura domestiche e il mortorio dell’ambiente sociale esterno, caratterizzato da donne sempre più appariscenti, arriviste, sexy, pompate, siliconate, o magari sciatte, ma via-via meno erotiche e intriganti, e da uomini sempre più effeminati, rammolliti, demotivati, indifferenti, o magari cinici e violenti.

IL BOOM DEL SESSO A PAGAMENTO

Se costringiamo la gioventù e il mondo intero a una vita innaturalmente sessuofobica e bacchettona, ci troveremo tutti come dei robot incasellati e imprigionati in una veste che non è la nostra, circondati sempre di più da professioniste del sesso mercificato, dove non c’è alcuna attrazione e alcun rispetto autentico per la controparte, ma solo un meccanismo perverso di sfogo automatico e di pagamento in contanti di una prestazione, o, se vogliamo, una masturbazione assistita.
A Fabrizio De Andrè, le Bocche di Rosa e le graziose di Via del Campo non guastavano affatto.
Dobbiamo ammettere che, qualora le mercenarie non esistessero, molti maschi perderebbero l’uso totale dei propri attributi, visto che è l’uso che fa l’organo, e non viceversa.
Dopotutto esse fungono da autentica palestra umana, da campo di esercitazione, da valvola di sfogo delle tensioni e delle incongruenze sessuali che il nostro tipo di società produce in continuazione.
Il simpatico filosofo napoletano Luciano De Crescenzo, neo-ottantenne, ha detto nei giorni scorsi che la donna lo continua a interessare da matti, solo che non si ricorda nemmeno il motivo.
Ma lui lo può dire in pieno relax.
Non altrettanto possono dire quei giovani, pochi in verità, che hanno una voglia matta e che non riescono a trovarsi una partner che li faccia esercitare liberamente, senza il ricatto di pretendere altre cose, tipo anelli di fidanzamento e promesse di matrimonio.

L’OBIETTIVO DELLE PERSONE È DIVENTATO QUELLA DELLA AUTO-REALIZZAZIONE

Anche perché, oggi come oggi, l’obiettivo principe delle persone, e quello delle donne in particolare, è quello della propria auto-realizzazione, e della propria indipendenza, prima ancora del mettere su famiglia.
È meglio davvero che diventiamo tutti un po’ più vivaci, ridanciani e, se vogliamo, anche un po’ sporcaccioni, e che ci siano nel contempo sui giornali meno stupri, meno violenze domestiche, meno stupide e insensate gelosie, meno casi di pedofilia e, possibilmente, meno puttane lungo le strade.
Non perché portano l’Aids, malattia che esiste solo per le menti deboli e bacate, ma perché propongono un erotismo alternativo e sostitutivo di quello vero. Un erotismo, è il caso di dirlo, da quattro soldi.

È VENUTA L’ORA DI IDENTIFICARE I NOSTRI NEMICI

Il diavolo con le corna e col ghigno sadico, quello sventagliato per secoli dalle chiese per spaventare la gente e indurla, prima ancora che a comportarsi bene, ad andare a messa, non esiste.
Non esiste nemmeno l’inferno eterno con le fiamme e il paradiso eterno nella bambagia.
Il Padreterno è assai superiore a questi tipi di bassezze mentali generate dalla piccolezza umana.
In un dio misericordioso mai potrebbero albergare delle mostruosità di tale portata.
Però la cattiveria diabolica esiste davvero.
Ne sanno qualcosa i milioni di innocenti costretti a seguire per filo e per segno le tappe e i percorsi infami che questa gentaglia ha disegnato e pianificato per loro, dallo stupro meccanico, alla nascita forzata, al furto del latte, al furto dell’amore materno, al furto della libertà di movimento, al furto dei raggi del sole, al furto della loro erba verde, al furto finale della vita.
La coalizione del Male, i mandriani e i macellai americani, non solo ammazzano le bestie, ma impediscono alle stesse pure di divertirsi, di copulare, di sviluppare amore filiale.
Ingravidano le bambine-mucche con le siringhe. Poi sottraggono loro proditoriamente il bambino a cui si stanno affezionando.
I manzi, quelli forti e sani, dopo essere stati svezzati alla svelta, e dolorosamente castrati pochi giorni dopo, vengono ingrassati intensivamente per due anni.
Alla soglia dei 3 anni di vita, quando equivalgono pressappoco ai nostri bambini della seconda elementare, subiscono le inenarrabili torture di rito, la macellazione e la disossatura, nel modo che sappiamo.
Quella stessa gente, senza cuore e senza anima, ma priva pure di tutti gli altri attributi, sogna di applicare gli stessi principi pure all’umanità.
Non a caso esiste uno stretto legame tra gli allevatori, i castratori impenitenti di bovini, i castratori potenziali di uomini, i giganti della farmacologia e il carrozzone Aids.
Non contenti di tutte atrocità che compiono contro le vittime a quattro zampe, stanno rivolgendo le loro bieche e maniacali attenzioni verso le persone.
Il loro obiettivo è quello di evirare possibilmente il mondo intero.
La cattiveria pianificata è la più diabolica forma di crudeltà.
Questa gentaglia costringe delle creature a nascere.
Le costringe ad affacciarsi alla vita.
E poi fa di tutto per impedir loro di vivere.
È venuta l’ora di smascherare e identificare i nemici del genere umano, che sono anche i nemici del genere animale, di denunciare le malefatte dei peggiori mostri mai espressi dal pianeta Terra.
I nemici del fico, mettiamocelo bene in testa bene, sono anche i nemici della fica.

Valdo Vaccaro

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5 commenti

  1. Caro Valdo, anche tu sei portatore di violenza per il modo in cui parli degli omosessuali…

  2. Capotosti Roberto on

    per quel che riguarda le prostitute quelli che stanno fisicamente soli dove dovrebbero andare? semmai dovrebbero esserci anche piu’ gigolo’ per le donne. in ogni caso, anche se in genere le prostitute lo fanno piu’ a catena di montaggio, pero’ c’e’ un vantaggio enorme che c’era solo tra alcune popolazioni come i muria dell’india, che l’ho fanno con la massima semplicita’ e naturalezza, come bere un caffe’; pur essendo piu’ naturale del caffe’ lo si considera meno naturale del caffe’. per quel che riguarda l’aids, le prostitute femmine me l’hanno attaccato, pero’ e’ semplicemente la piccola noia di prendere una pillola al giorno e non c’e’ problema e non risulta aids nel sangue. per quel che riguarda il preservativo e’ una specie di sipario tra le 2 persone, pero’ d’altronde si potrebbe avviare una nuova vita autonoma che non si puo’ cacciare, come il capostazione non puo’ cacciare i passeggeri dalla sala d’aspetto. il preservativo e’ una piccola rinuncia, pero’ si deve tener presente l’incombenza di una nuova vita. per quanto sarebbe preferibile che prendesse l’anticoncezionale la donna (prima del sesso) in quanto la donna e’ la piu’ avvantaggiata perche’ puo’ fare sesso sopra e sotto, l’uomo solo sotto in quanto il seno non lo ha. la masturbazione non e’ la cosa meglio ma se non c’e’ la/il partner e’ la cosa piu’ ovvia. se non c’e’ la luce elettrica non e’ ovvio accendere la candela? illumina poco, ma illumina. cosi’ come la masturbazione da soli e’ poco gratificante, pero’ e’ pur sempre un po’ gratificante. per quel che riguarda gli uomini, negli anni 50′ e 60′ i giovanissimi e i calciatori usavano gli shorts ed adesso non li usano piu’ non so se si sono rincoglioniti da soli o li hanno fatti rincoglionire. esteticamente, specialmente gli shorts jeans, donano anche all’uomo. io, che da 32 ho quasi esclusivamente usato jeans, porto da 2 anni gli shorts jeans nel periodo caldo e se mi creassero problemi farei subito lo sciopero della fame. anche io sono contro l’uso della carne: per 5 anni ho abitato da solo e non ho mai comprato carne e mi rincresceva pure prendere le scatolette di sardine. basta pensare se gli animali sono contenti quando li ammazzano o vorrebbero scappare. pure una mosca cerca di salvarsi la vita scappando quando qualcuno cerca di ammazzarla, pensa gli animali “superiori”.