LA COCCIUTAGGINE INFINITA DEL CANNIBALISMO

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Il mulo e la formica

Non è facile e comune possedere esperienze dirette in fatto di muli, noti incroci tra cavallo e asino.
A differenza del cavallo, e dello stesso asino, pare si tratti davvero di una creatura incredibilmente cocciuta.
Gli alpini, che lo conoscono bene, parlano di un animale bravissimo nello svolgere gli incarichi più pesanti, nel portare pesi e masserizie lungo le strade di montagna.
Ma, una cosa che non gli devi assolutamente chiedere, è quella di cambiare idea su piccole banalità.
Se lui ha deciso che il cibo lo vuole mangiare nella parte sinistra della mangiatoia, che magari è per qualche ragione scomoda da servire, puoi affannarti per giorni interi a cercare di fargli cambiare idea, senza riuscirci mai. Se ha deciso di dormire di traverso e non in lungo sul suo giaciglio, causando qualche impedimento per il passaggio, non c’è proprio verso di convincerlo. E, se insisti troppo, ti ritrovi dritto al pronto soccorso per un suo calcione negli stinchi, o anche in posti peggiori.
Tant’è vero che ad ogni mulo viene assegnato in esclusiva uno specifico assistente, capace di conoscere in dettaglio carattere, usi e attitudini. Mettergli accanto uno che non lo conosce bene sarebbe disastroso.
Che diversità dal cavallo, pronto ad ascoltare, ad imparare a fare tutto quello che vuoi te.
Infatti, non a caso si usa dire cocciuto come un mulo, riferendosi a persone afflitte da una testardaggine fuori dalla norma.
Anche le formiche, a livello collettivo, sono particolarmente cocciute.
Se ti creano un formicaio sotto il vaso del giardino, o se decidono in un certo momento di entrarti in casa,
o se partono all’attacco di un certo alberello, stai pure certo che non riuscirai a far loro cambiare idea, né con le buone né con le cattive.
Preferiranno eventualmente farsi massacrare ad una ad una, o farsi spruzzare addosso qualche veleno, ma non le farai desistere.
Le anime più gentili, e noi animalisti dovremmo pure comportarci in coerenza, provano a raccogliere tali animaletti su un cartone e a riportarli in giardino. Ma è fatica sprecata.
Esse lavorano e trafficano di notte. Te le ritrovi negli armadi, negli angoli più reconditi, sui cibi esposti, persino nella tastiera del computer.
Sono un po’ come le zanzare e i ratti.
O ti rassegni a convivere con loro o devi farti il segno della croce, chiedere perdono al creatore, e procedere a qualche tipo di cruenta derattizzazione.

L’uomo, essere ragionevole

L’uomo, almeno nella sua conformazione ideale e standard, rispondente alla classica qualificazione di homo sapiens, è un essere ragionevole e malleabile, uno che pensa e riflette, uno che fa interscambio mentale e culturale tra quello che ha dentro e quello che percepisce all’infuori di esso.
Non è insomma testardo, ottuso, impenetrabile.
L’uomo è uno che ha notevoli capacità di apprendere, di imparare, di accettare qualcosa in più e qualcosa di diverso.
Quando serve, è pure in grado di fare dei grossi cambiamenti di rotta, clamorose virate, perché si è reso conto che sta marciando nel senso sbagliato.
Ed è proprio da queste caratteristiche peculiari che scaturiscono le sue possibilità di evoluzione, di emancipazione, di cambiamento, di salto qualitativo.

La genialità è un caso a parte

Qualcuno però nasce artista, e capitalizza al meglio le sue qualità innate, che gli arrivano per provvidenza divina, o per semplice trasmissione genetica, è può anche permettersi di snobbare l’insegnamento, le regole, gli input esterni.
È il caso dei geni, che difficilmente accettano inquadramenti e scolarizzazioni.
Te lo immagini un Leonardo Da Vinci che va in una scuola pubblica e impara le inevitabili banalità insegnate nelle normali classi di coetanei, fatte di disegni sul cerchio e sul triangolo, mentre a lui già frullano in testa schemi costruttivi di apparati, macchine e materiali costruttivi che ancora non esistono.
Si annoierebbe a morte, rendendosi conto di essere passato, dall’evoluto mondo della sua sfrenata fantasia creativa, ai livelli burocratico-ministeriali del suo insegnante e dei suoi svogliati compagni di classe.
Non si tratterebbe di presunzione e di superbia, ma di oggettivo rendersi conto del divario insanabile esistente tra sé e gli altri.
Questo accade anche nello sport.
Lo sanno bene ad esempio gli allenatori del calcio giovanile.
Ci sono dei ragazzi che vanno fuori dagli schemi, che tendono a imparare poco e male quello che gli insegni, che hanno la propensione a trasgredire e a fare di testa loro, ma che alla fine estraggono dal loro magico repertorio dei numeri eccezionali.
Si usa dire che l’arte, le doti istintuali, il funambolismo, l’essere campioni, più che apprendersi, stanno già
nei propri geni, appartengono cioè alle qualità innate dell’individuo, e che invece la tecnica, la precisione, i fondamentali, gli schematismi, le rifiniture, sono questione di apprendimento e di scuola.
Leonardo usava dire che Li homini vogliono sapere, vogliono cioè andare a fondo delle cose, e non accontentarsi delle banalità e delle apparenze superficiali.
Leggendo il suo corregionale Dante, aveva condiviso intensamente il principio per cui Fatti non soste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.

La differenza tra il bruto e il genio non sta nel dono di natura, ma nella voglia intensa di conoscere se stessi

Ad ogni modo, per quanto rara essa sia, la genialità fa parte dell’essere uomini, è una caratteristica, una potenzialità che sta un po’ in ognuno di noi, a patto di andarsela a cercare al nostro interno.
Qualcuno magari deve fare dei grossi sforzi per estrarsela da dosso, per farla emergere ed evidenziare, mentre per una minoranza assai ristretta e dotata, essa è semplicemente a portata di mano.

La differenza tra il genio e l’imbecille, tra la grandezza e la mediocrità, non sta dunque tanto nel dono di natura che c’è o non c’è, quanto nella volontà, nella determinazione di un individuo, di lasciar da parte la pigrizia mentale e la superficialità, di essere disposto all’introspezione e alla riflessione, di andare alla ricerca di se stesso, di curiosare tra le pieghe interne della sua ricca personalità.
Questo tipo di lavoro di introspezione psicologica, di auto-analisi, di spinta alla conoscenza di se stessi e della propria mente, non può prescindere dallo stato di salute e di forma psico-fisica, mentale e spirituale della persona.
Essere se stessi per conoscere se stessi.
Essere se stessi significa utilizzare ogni nostra parte fisica, mentale, spirituale, in linea e in armonia con le conformazioni e le caratteristiche che esse hanno ricevuto dalla natura e dalla creazione.

Il solito buon esempio dagli animali

Gli animali tutti, sanno essere se stessi a meraviglia, in continuazione e in piena coerenza e, sotto questo aspetto, come del resto in tanti altri modi, fungono da modello e da insegnamento per l’uomo.
Il gatto esprime in continuazione la sua gattità o la sua felinità, fatta di mosse agili e di prudenza, di gioco e di astuzia, di attendismo e concentrazione, di pigrizia e rilassamento.
Il bovino trasuda la sua bovinità, fatta di bonarietà e saper vivere, di pazienza e generosità smisurate, di rispetto proverbiale verso le altre creature, di saggezza e calma comportamentale, di utilizzo intelligente e responsabile dei suoi potenti strumenti di difesa, di disponibilità ad imparare e a concedersi alle richieste che gli vengono fatte e alle condizioni che gli vengono imposte.
I bufali del Sud-Est Asiatico, dotati di corna appuntite e micidiali, capaci di tenere alla larga le tigri più feroci, portano spesso allegramente in groppa due o tre ragazzini, e stanno attentissimi a non muovere la testa per non ferire i bambini di quell’uomo che un giorno o l’altro sarà capace di ricompensarli col macello.
Lo stesso elefante dimostra doti tipiche di elefantità che nessun altro animale possiede.
Basta andare in Thailandia e osservare come gli elefanti lavorano nel trasporto del legname, come giocano al pallone, come se la godono nei giochi con l’acqua, come si divertono a dipingere dei quadri con la loro proboscide, come si dimostrano responsabili e attenti nell’avvicinare le persone e soprattutto i bambini.
Come la mucca è considerata animale sacro in India (lo era in tutta Europa fino al Medioevo), l’elefante è considerato, non a caso, sacro in Thailandia.
Qualche settimana fa, un elefante di nome Tommy stava masticando tranquillo e beato la sua razione di cespugli ai confini con la Cambogia, quando una mina nascosta sul terreno gli maciullò la zampa anteriore sinistra. Uno di quegli ordigni tipico frutto della peggiore malignità e imbecillità umana, magari fabbricato nella zona di Brescia, cioè vicino a noi tutti e non su un altro pianeta.
Il governo locale della regione orientale mandò prontamente un camion e una autogru per recuperare il pachiderma ferito e portarlo in clinica. Gli venne amputato l’arto. Un team di specialisti fu in grado di costruirgli una grossa protesi, e il povero animale è di nuovo in grado di camminare. La sua foto, apparsa sul Bangkok Post dei giorni scorsi, era davvero toccante, con quella enorme e vistosa gamba di legno legatagli sapientemente e con non poche difficoltà intorno al moncone.
Poche settimane prima, mi trovavo di sera in una via di Bangkok, affollata all’inverosimile da turisti, arrivò un elefante condotto dal suo padroncino mediante una semplice cordicciola.
Si muoveva in modo agile e disinvolto, nonostante la sua stazza, in mezzo alla folla.
Per niente imbarazzato, andò a pescare, con precisione millimetrica, mediante la sua proboscide, alcune manciate di pop-corn dal minuscolo imbuto di carta che una bambinetta, in braccio al padre, gli offriva.

Una scena davvero toccante. Avrei voluto soffermarmi ad accarezzare quella grossa creatura, così fine, così puntuale, così attenta e civile.
Il gatto si comporta sempre e dovunque da gatto, il bovino da bovino e l’elefante da elefante, e così è per tutta la fauna.

La testardaggine non è d’aiuto per nessuno

Il mulo e la formica, visti all’inizio, hanno sicuramente molte qualità che nemmeno conosciamo bene.
Essere caparbi e indocili, a volte può essere persino simbolo di forte personalità.
Ma, la loro cocciutaggine, alla prova dei fatti concreti, non li aiuta affatto.
Il loro insistere, il loro voler andare in una fissa direzione e solo in quella, con tanto di paraocchi, la loro mancanza di flessibilità, di duttilità, è per loro causa di enormi inconvenienti.
Se le formiche imparassero ad ascoltare le dissuasioni e a intuire i moniti, a cambiare direzione, nessuno le schiaccerebbe più e nessuno oserebbe spruzzar loro dei veleni.
Se il mulo fosse disposto ad ascoltare ed assecondare un po’ di più le richieste del padrone, nessuno lo tratterebbe con sospetto e circospezione, e non sarebbe impiegato solo e sempre come bestia da soma per zone impervie.

La cocciutaggine umana

Se torniamo all’uomo, cioè alla creatura in teoria più flessibile e ragionevole tra tutte le altre, la cocciutaggine non è affatto segno di personalità e di intelligenza.
È piuttosto un debordare dalle proprie caratteristiche.
La cocciutaggine non è mai una espressione di umanità, ma un segno di chiusura e di arretratezza, una perversa volontà di sottrarsi al confronto, alla mediazione.
È vero che i geni sono bravi anche a chiudersi in se stessi e ad inventare ex-novo, ma, il più delle volte, la loro genialità si esplica nella loro curiosità infinita, nella osservazione attenta e quasi maniacale di se stessi e della natura che sta loro intorno, ed anche dall’ascoltare e sviscerare le esperienze precedenti di altri soggetti curiosi e attenti come loro stessi.

La propensione irragionevole ed ostinata a mangiare carne
Il cannibalismo equatoriale dei selvaggi e quello delle regioni temperate e civilizzate.

Un esempio classico della cocciutaggine umana è quella del carnivorismo, gravissima piaga che, dal livello sporadico e individuale dei tempi andati, ha assunto aspetti generalizzati, standardizzati e globalizzati, nella società nostra contemporanea.
Carnivorismo, che è improprio chiamare con tale parola. Trattasi infatti di vero e proprio cannibalismo, in quanto consiste nell’appropriarsi di carni e sangue e interiora di esseri identici a noi nella struttura fisica, nei tessuti e nei liquidi organici, nei nervi e nelle ossa, negli organi interni tipo cuore-fegato-pancreas, nel funzionamento, nelle paure, nelle sofferenze, nella sensibilità.
Il cannibalismo dei giorni nostri, sul piano delle motivazioni, dello stile ed anche dell’aspetto estetico, è assai peggiore del cannibalismo delle tribù cosiddette selvagge dell’Africa equatoriale, quello che ci faceva accapponare la pelle quando da ragazzi leggevamo le avventure di Tarzan, intento a liberare qualche prigioniero bianco terrorizzato, legato a un palo e di fronte a una grossa pentola fumante.
A quel tempo non credevamo ai nostri occhi.

La nostra fantasia adolescenziale accettava, pur con comprensibile repulsione, la ferocia sanguinaria di tigri, leoni, pantere e coccodrilli, l’insidiosità assassina del boa e degli anaconda, l’avidità necrofila delle iene, ma non sopportava assolutamente la ripugnante bassezza e la schifosità disumana del cannibalismo.
Ne uscivamo sconvolti al punto di ritrovarci i cannibali nei nostri incubi notturni.
Non pensavamo potesse nemmeno esistere al mondo una categoria di uomini capace di giungere a tali livelli di depravazione.
I mangiatori di uomini.
Cento o mille volte più ripugnanti e spaventosi delle belve assassine che circondano gazzelle e antilopi, le staccano dal gruppo e ne strappano impietosamente i tessuti dal vivo, ne divorano le interiora, ne succhiano il sangue fino all’ultima goccia, ne sbranano il cuore, il fegato, gli occhi e la testa.
Ma, in effetti, quei cannibali, rivisti e ripensati alla luce delle conoscenze che oggi abbiamo, non erano poi così protervi e incivili.
Si era dopotutto ai tempi dello schiavismo, della caccia al negro aitante da catturare e portare legato come un salame nei campi di cotone americani.
Le tribù africane vedevano in ogni uomo bianco il negriero, il prepotente e il brutale.
Dovevano per forza trovare dei modi di rivalsa e di vendetta.
Inoltre, le loro stesse concezioni animistiche e rituali, prevedevano l’antropofagia come modalità per impossessarsi delle qualità e dell’anima stessa delle loro vittime bianche, pensate spesso come esseri onnipotenti e dotati di qualità e conoscenze che a loro mancavano.
In altre parole, quel tipo di cannibalismo era rivoltante sì, ma aveva almeno delle motivazioni e degli alibi.
Era poi diretto contro una determinata categoria di persone chiamate nemici bianchi, i quali sapevano poi del rischio atroce che correvano recandosi in quelle giungle sperdute dell’Africa.

Il cannibalismo odierno della società cosiddetta civile, ovvero della Confederazione degli Orchi.
La Repubblica Mondiale Crimine comprende la Repubblica Macellatoria Cannibalistica e la Repubblica Mondiale Poppatoria.

Dicevamo di quella grave forma di cocciutaggine dei mangiatori odierni di carne, dei cannibali dei nostri tempi, degli incredibili umani felici e contenti di essersi trasformati in orchi mangia-cadavere.
Dire che il tipico mangiatore-di-carne-del-suo-simile ha il para-occhi e il para-orecchi, è il minimo che si possa fare.
Non ci sono ragioni al mondo capaci di smuoverlo, di intenerirlo, di farlo recedere dalla sua malandrina ed autodistruttiva abitudine.
Vive nel suo guscio impenetrabile, nella convinzione intellettuale di essere nel giusto, nel conforto lusinghiero dell’approvazione legale-sociale-famigliare-religiosa, nella conferma implacabile del comportamento della maggioranza.
È lui la cellula portante, la colonna individuale di sostegno di quel fenomeno atroce e disperante che si chiama cannibalismo mondiale.
I mandriani americani, gli accoppatori impenitenti, gli assassini seriali, ed anche gli sterminatori di serie B di casa nostra, contano ciecamente su questi ratti umani da ristorante, per proseguire imperterriti la loro attività spiccatamente delinquenziale.
Il mangiatore di carne è la fanteria, il combattente di trincea, il legionario e l’arma umana della RMC, Repubblica Macellatoria Cannibalistica, una potenza economica-sociale-politica di tipo trasversale, che trova i suoi ministri, i suoi sottosegretari e i suoi deputati, nei governi e nelle istituzioni, nei giornali e nelle televisioni assurte a uniche e vere università popolari, dei vari stati mondiali.

Una Repubblica del Crimine che avvolge la comunità degli uomini in modo infido e globale, trapassandola, impregnandola e condizionandola in ogni suo afflato, in ogni suo pensiero, in ogni sua struttura.

Il cannibalismo della destra e quello della sinistra

Il grande Giorgio Gaber ci ha lasciato cose indimenticabili su cui riflettere.
Quel Ma cos’è la destra, cosa è la sinistra?, è tutt’altro che una canzonetta volgare da due soldi, ma una tesi suprema di verità sociale. Dovrebbe essere insegnata alle facoltà di scienze politiche, ma anche sui banchi delle elementari.
Non c’è infatti destra e sinistra, liberalismo e comunismo che tenga.
Il morbo macellatorio e cannibalistico avvinghia e caratterizza indifferentemente Washington, Mosca e Pekino, il magnate e l’operaio, il benestante e il rom.
Tutti fabbricanti di salme infelici e brutalizzate, tutti avidi e famelici azzannatori di cadaveri in decomposizione, tutti iene morbosamente attratte da appetiti tombali e cimiteriali.
Persone apparentemente normali, che procedono disinvolte per le strade, che sciorinano buona educazione e bontà d’animo, vestite in modo elegante, e che dentro di sé nascondono le brame più infide e nefaste.
Sorrisi splendenti e radiosi, che celano, nella mente come nella bianca dentatura, i denti curvi, allungati e spietati dei vampiri succhia-sangue.

La logica disinvolta e irresponsabile del cannibale di strada

Il cittadino del mondo odierno può avere molte ansie, molti dubbi e molte preoccupazioni.
Riguarderanno il buco nell’ozono, i titoli immobiliari che scendono, il far quadrare il bilancio famigliare,
gli atleti del suo paese che non hanno vinto tutto ai giochi olimpici, la squadra del cuore che non ha comperato un campione in più delle altre, ma non certo il suo modo perverso e incredibile di alimentarsi.
Su questo non esistono dubbi o tentennamenti.
A livello culturale, vive in un ambito molto ristretto.
Non esiste per lui il passato, non ci sono insegnamenti e buoni esempi da seguire, nemmeno moniti da prendere in considerazione.
Un modo di alimentarsi criminale? Ma cosa dici? Sei forse fuori di testa? Se mangiano tutti così, dal padre alla madre, dal professore al bidello, dal presidente al monsignore.
Ecco dunque la nuova legge morale, secondo cui mal comune mezzo gaudio. Un crimine, se lo fanno tutti, se è generalizzato, non è più crimine ma azione socialmente approvata, pulita, virtuosa e inappuntabile.
Per il cannibale odierno non esistono problemi di etica e di estetica, e tanto meno di compassione.
Gli animali vengono torturati e uccisi?
Peggio per loro. Chi se ne frega? Mica li ammazzo io.
E poi, se una cosa accade, è giusto che accada. Lasciamo andare il mondo come va, senza intrufolarci nei meandri del fato.
Per il cannibale odierno non ci sono problemi salutistici sul tappeto.
Sto benissimo con la carne. Il latte magari mi dà fastidio e non mi attrae. Ma la carne è una cannonata. Guai se non ci fosse. Non saprei proprio come vivere.
Verdure? Ma nemmeno parlarne. Faccio già fatica a mandare giù qualche foglia.
Frutta? Ogni tanto, due acini d’uva anche-anche. Una mela, o magari un fico d’India, più che altro per curiosità.
Cancro? Obesità? Diabete? Ipertensione? Ictus? E chi mai ce l’ha.
Acidificazione? Putrefazione? Ossidazione? Acidi urici? Chi te l’ha raccontato.

Il solito estremista e rompi-balle vegetariano?
Ognuno tira l’acqua al suo mulino. Ognuno ha le sue convinzioni.
Non esiste una verità. Il mondo è bello perché è vario.
Guarda che ci sono i teorici vegetariani ma anche quelli carnivori.
E ci sono i vegetariani intelligenti come Nico Valerio che, anziché infastidire il popolo con richieste dementi di cambiamento, gli insegnano a mangiare meglio e di più la carne, inserendo qualche foglia enzimizzante e anti-acidificante prima o dopo i pasti.

Le cosiddette allergie del cibo mammellare

C’è molta gente che viene classificata come allergica al latte, mentre la realtà e che tutti gli umani sono allergici a qualsiasi latte che non sia quello della propria madre o di quello di una balia, e sempre entro l’arco particolare dello svezzamento.
Alla fine, tutti gli adulti di tutte le specie, se sani e reattivi, sono per forza inadatti e allergici a qualsiasi tipo di latte, sostanza, nota bene, prevista dalla natura solo ed esclusivamente per far raddoppiare di peso al lattante di ciascuna specifica specie.
Ma, come sappiamo La RMC, Repubblica Mondiale Cannibalistica, include anche la Repubblica Mondiale
Poppatoria, impersonata benissimo da Enti imponenti americani come la Ndc (National Dairy Council), ma anche da aziende nostrane sputtanate e in affannoso recupero tipo Parmalat, e da altre enormi e potentissime multinazionali in piena forma tipo Kraft, Danone, Nestlé.
Tutta questa gente intesse le sue trame avvolgenti su tutti gli enti che hanno a che fare con la nutrizione umana, sugli apparati sanitari e pediatrici, su tutti gli asili e le scuole, su tutte le fonti di informazione.
I soldi investiti in pubblicità sono cifre iperboliche.
Tutto per trasformare la popolazione mondiale in una masnada e un gregge enorme di succhiatori di mammelle a vita.
Cosa che non fa bene a nessuno, non apporta alcun calcio, produce acidificazione e osteoporosi epidemiche, ossidazione e radicali liberi a raffica.
Ma come. Vuoi che un alimento così diffuso, così normale, così generalizzato, così stra-benedetto, così santificato, così globalizzato come il latte, faccia male alla salute?
Ma questo si chiama seminare zizzania, creare panico, danneggiare il mitico Agroalimentare Italiano, scalfire la reputazione del parmigiano e del grana-padano, dare un ulteriore fastidio agli allevatori, già furiosi per le quote-latte imposte dalla Comunità Europea.
Roba da norme anti-sommossa e da codice penale.
Meglio lasciare il mondo come sta.
Le mucche, bambine precoci ingrossate e sfruttate anzitempo e a dismisura, tutte in fila imprigionate e torturate dalle mungitrici automatiche, in costante attesa di smettere e di rilassarsi finalmente al reparto macellazione, e un mondo inebetito di adulti assetati e ripiombati all’età della culla, a ciucciare indegnamente le loro mammelle arrossate per il prolungato abuso.

La salma deliziosa al palato dei cannibali negrofagi

Che la carne abbia un sapore rivoltante per tutti, vegetariani e non, è un fatto incontrovertibile.
Il cane, rovinato dall’uomo che, quando non lo abbandona per le strade ad agosto, lo vezzeggia e lo riempie di materiale di scarto da macelleria, o dei residui insanguinati passati per il suo piatto, è un mangia-cadaveri, uno sciacallo domestico, una iena canina disposta a tutto.
Ma già il gatto, soprattutto quello più libero di campagna, non tocca gli uccellini morti o i topi morti.

Lo attrae la preda che si dibatte tra i suoi denti, sia un volatile, che un pesce o un topolino, ma gli fa schifo il cadavere immobile e senza vita, sia alla vista che al palato.
Il suo istinto predatorio lo porta a giocare al suo tipo di guerra, ad inseguire la vittima prescelta, a tendergli l’agguato e, se ha fame, a completare la sua azione cibandosi della preda ancora tenera e sanguinante.
Stessa cosa per leoni, tigri, pantere, giaguari, coccodrilli, con la differenza che la loro fame è più violenta, ed il gioco senza scampo.
Dal momento che l’uomo usa molto di più il ragionamento che l’istinto, il suo mangiar carne non parte dallo stomaco e da uno spunto irrefrenabile ad uccidere, ma da una semplice cinica decisione maturata nel cervello.
Trattasi dunque non di carnivorismo naturale o di appropriazione violenta di risorse qualsiasi della natura, ma della peggiore forma possibile di cannibalismo, essendo gli animali fotocopia dell’uomo in tutto e per tutto.
Trattasi dunque di un cannibalismo culturale e pianificato.
Non chiameremo l’uomo carnivoro, anche perché, anziché fare come i carnivori naturali classici, che si cibano di carni vive o quasi-vive, egli tende a cibarsi di carni in avanzato stato di putrefazione, parzialmente e imperfettamente nascosta dalla bassa temperatura dei refrigeratori e dalle spruzzate di materiali antimicrobici e ritardanti.
Lo chiameremo dunque, in modo appropriato e scientifico, mangia-cadaveri, perché è proprio quello il materiale che lui mangia.
La carne, nella visuale predatoria, è quella viva, oppure quella ancora calda che si sta dissanguando dalla carcassa bovina, appesa sventrata nella sala tortura del macello.
Terminata la fase della macellazione, scatta immediatamente il disfacimento e la fase putrefattiva che porta alla formazione di indoli, fenoli, ammoniache, putrescine e cadaverine.
E ciò accade in quella camera ardente degli orrori che è il reparto refrigerazione posto accanto alla zona di esecuzione.
Pertanto, a scarsi di equivoci, quando un cannibale moderno mi dice che la carne che mangio è deliziosa al palato, commette un’improprietà di linguaggio.
Egli dovrebbe dire piuttosto che la salma sul mio piatto è deliziosa al palato.
Non si tratta infatti di carne, ma di resti organici smembrati di una persona a quattro gambe assassinata brutalmente.
Una salma poi, per non puzzare di morto, deve essere messa in refrigerazione.
Ci vogliono altre cose. E tantissimo sale.
Anche quando essa arriva in porzioni sul piatto, non è certamente il suo sapore cadaverico a intrigare, ma quello delle forti salse che la accompagnano.

L’abitudine alla salma e la necrofilia

Esistono soggetti, per fortuna non troppi, che sentono irresistibile attrazione per i cadaveri umani.
Si tratta dei necrofili.
Siamo ovviamente nel campo delle nefandezze umane e della psico-patologia.
Pare che riescano, non si sa come, a tentare dei rapporti sessuali con l’ignara vittima, e a riceverne enorme eccitazione. Più che un rapporto, si tratta ovviamente di una masturbazione psicotica.
Mentre le persone vive non dicono loro nulla a livello erotico.
Il necrofago, a differenza del necrofilo, è un vero e proprio mangiatore di cadaveri.
Ci sono insetti che sotterrano piccoli animali morti per alimentarsi in seguito delle carni putrescenti.
Sono attirati dal fenomeno putrefattivo.

Un uomo, che è stato abituato fin da ragazzo a cibarsi di omogeneizzati carnei, di cibi cadaverici e putrescenti, sviluppa un gusto ed un’attitudine cadaverofili.
Noi tutti ci impregniamo dei cibi che utilizziamo. Se uno mangia molte carote e arance crude, emanerà profumo e colore di carota e di arance.
Se uno si fa delle belle mangiate del frutto equatoriale durian, i suoi fluidi si portano appresso la fragranza vivace e caratteristica del durian.
Se uno fa il mangia-morti, non potrà fare a meno di avere un’apparenza cadaverica e ad emanare un olezzo cimiteriale.

La pretesa digeribilità del pasto cadaverale

C’è gente che non ama i latticini, trovandoli pesanti e ostruenti, mentre con la carne si diverte da matti.
Si è abituata a tal punto da digerirla che è un piacere, sperando quasi che il suo corpo vegetariano si sia finalmente trasformato in corpo necrofago.
Trattasi però di una pia illusione, perché il suo organismo rimane fruttariano-vegetariano e le porcherie ivi immesse continuano a fare i loro danni, a produrre putrefazione e fermentazioni accavallate, acidificazioni, ossidazioni, crisi uricemiche.
Quando questi poveretti dicono che la carne è digeribile, non sanno nemmeno di cosa parlano.
Non conoscono il significato del termine digestione, il sapore vero della digestione, l’esperienza vera dell’aver digerito in modo efficace e pulito.
Un materiale non è digeribile perché in qualche modo, prima o poi, con l’aiuto di qualche bicchiere o di qualche caffè, o di qualche digestivo, va giù.
Un materiale è digeribile invece quando viene riconosciuto come cibo e non come materiale nemico dal sistema immunitario, quando viene regolarmente processato, disintegrato, assorbito, assimilato nei modi e nei tempi consoni al proprio apparato gastrointestinale.
Se uno fa pessimo uso del proprio corpo e lo abitua ad avere dei tempi digestivo-assimilativi mostruosi, di giorni e non di ore (tutte le carni rimangono all’interno per una quarantina di ore quando va tutto bene, anziché la mezz’ora della frutta, l’ora delle verdure crude, le 2-3 ore di quelle cotte, e le quattro ore dei cereali cotti), per lui digerire bene significherà semplicisticamente non avere una indigestione clamorosa, non avere conati di vomito, e magari risolvere la sua pesantezza gastrica con un antiacido e con un digestivo, e ricorrere il giorno dopo a qualche purgante.
Ma la digestione non ha nulla a vedere con tutto ciò.
Digerire significa avere il proprio apparato libero da fenomeni putrefattivi e fermentativi accavallati.
Digerire significa assimilare il proprio cibo senza nessun inconveniente evidente o nascosto, presente o futuro.
Significa non dover fare ricorso a niente, nemmeno a un bicchiere d’acqua pura, per facilitare il transito libero degli alimenti.
Significa non aver bisogno di alcuna supplementazione vitaminica e di nessuna integrazione minerale, ormonica, enzimatica.
Significa non aver bisogno di alcuna stampella alcolica o nervina o nicotinica.
Significa non aver bisogno di stampelle sessuali tipo Viagra se si è cenato con una compagna focosa.
Significa essere pronti a mangiare qualche frutto già tre ore dopo il pasto.
Significa non sentire alcuna sete ed alcuna fame, né alcun forte desiderio di dolci o di altre sostanze.
Significa avere costantemente l’acquolina in bocca, e non una lingua impastata da pulire con lo spazzolino e un dentifricio aggressivo.

Significa andare a nanna in forma perfetta e alzarsi il giorno dopo freschi e attivi, senza bisogno di alcun caffè o tè, senza il bisogno della sigaretta e senza il ricorso alla cassetta del farmaco e dello sciroppo.

Le conversioni scioccanti e repentine al veganismo di un paio di amici.

IL CASO DI ANTONIO

Qualche anno fa, lavoravo pure per una azienda del Nord Italia, produttrice di idropulitrici ad alta pressione.
C’era un rapporto di ottima amicizia e di cameratismo col suo titolare Antonio, il quale spesso amava scherzare e fare le solite battute sul mio vegetarianismo.
Ci frequentavamo ormai da 10 anni e lui pareva legato indissolubilmente alla bistecca e al wurstel.
A un mio rientro dall’Asia, lo incontrai e lo trovai cambiato come il giorno e la notte.
Da bocca buona quale era stato per tutta la vita, era diventato schizzinoso all’inverosimile.
Non il pane, non il gelato, non il grissino, non quella salsa, non la zuppa. Era diventato peggio ancora di me. Rimasi sbalordito e senza fiato.
Cosa mai ti è successo? Gli chiesi.
Mi raccontò in breve che una certa azienda lombarda lo aveva chiamato per un lavoro urgente.
Era andato in fretta e furia con la sua Porsche a fare una prima ispezione.
Già nell’avvicinarsi al posto, a partire da due o tre chilometri dalla destinazione, un puzzo orribile impediva di respirare.
Giunse sul posto in aperta campagna. Un lunghissimo perimetro in muratura circondava nei quattro lati i piazzali antistanti allo stabilimento.
Comprese subito che si trattava di una grossa fabbrica alimentare. Ma nel grande piazzale facevano sfoggio diversi cumuli di carcasse animali, mentre una manciata di autoarticolati stavano scaricando altre ossa.
Portando un fazzoletto sulla bocca, per resistere all’odore nauseante, raggiunse gli uffici.
Il responsabile tecnico lo accompagnò all’interno per spiegargli il problema.
L’odore all’interno pareva non dare fastidio al suo accompagnatore, mentre in realtà era a dir poco mortale.
C’erano delle enormi vasche cariche di latte grigiastro. In realtà non era latte, gli spiegarono, ma succo di ossa misto a liquidi aggiunti, su cui degli addetti stavano versando dei sacchi di sale e di zucchero.
Il tutto serviva per la fabbricazione di salamini e hamburger.
Il motivo della sua convocazione era ben presto spiegato.
Una delle due grosse frese di triturazione carcasse aveva la sua ruota di conduzione materiale intasata dal cadavere completo di una mucca, dal cui ventre dilaniato fuoriusciva in parte il cadavere del suo piccolo. Lo spettacolo era lugubre ed imponente, con quell’animale sospeso in alto sulla ruota, quasi come un Cristo in croce, e il suo vitellino mezzo dentro mezzo fuori. Era morta durante il parto e l’avevano scaricata qui con le altre carcasse.
Stupidamente, i tecnici non sapendo cosa farne la avevano caricata sul nastro trasportatore con le altre ossa, senza considerare il fatto che l’animale, non scuoiato, non ripulito dei suoi organi interni, avrebbe messo in difficoltà il macchinario.
Si trattava dunque di arrivare con una macchina ad alta pressione e sezionare quell’animale con getti precisi d’acqua.
Antonio rientrò in sede, inviò due suoi operai con la macchina giusta e tutto si risolse.
Ma da quel momento, egli non toccò più alcun cibo di origine animale, né qualunque prodotto non naturale e non identificabile con chiarezza.

IL CASO DI KENNY

Anche questo caso risale a una quindicina di anni fa.
Kenny importava in Malaysia strumenti scientifici di una nota azienda lombarda per la quale lavoravo.
Anche lui trovava come minimo bizzarre le mie teorie vegetariane, anche se mi accompagnava sempre a mangiare il favoloso frutto locale durian nei posti giusti di Kuala Lumpur.
Una notte, mentre pioveva a dirotto, ebbe un gravissimo incidente sull’autostrada.
Non vide un grosso camion che stava rallentando sulla destra e la sua auto si infilò sotto il rimorchio posteriore. Fu un vero miracolo saltarne fuori vivo.
La vettura era ridotta a quattro lamiere contorte e schiacciate.
Si salvò solo perché era un tipo mingherlino, di 50 chili scarsi.
Andai a trovarlo in ospedale ed era in condizioni disperate.
Non tanto per braccia e gambe ingessate, e per il centinaio di punti di sutura in ogni parte del corpo.
Da quello era in grado di guarire. Quanto perché, dopo l’incidente, aveva visto intorno a sé, sugli occhi, in bocca e dovunque, tutto quel suo sangue.
Per qualche strana reazione psicologica, gli era andata via del tutto la voglia di cibarsi di quella carne e di quel pesce che erano stati al centro della sua esistenza.
Il grosso guaio era la sua incapacità di avviare un piano alternativo, non avendo la minima idea sulla frutta e la verdura del suo stesso paese.
In ospedale erano stati bravi a rimetterlo in piedi e a suturargli le ferite.
Ma per la dieta, continuavano a proporgli bistecche di cavallo al sangue, per fargli recuperare le grosse perdite ematiche subite, mentre lui non le poteva affrontare, per cui stava deperendo a vista d’occhio.
Credo che morirò in breve, mi sussurrò disperato, facendo attenzione che sua moglie e i due bambini accanto non lo sentissero.
L’ultima mia speranza sei proprio tu, mi aggiunse.
Ti prego, insegnami la tua dieta.
Mi sono sempre chiesto come facevi ad essere così pimpante e attivo per tutti questi 20 anni che ci conosciamo, mangiando tanta frutta, tanti manghi e tanto durian, e niente cibi proteici animali.
Insegnami ora a seguire il tuo stesso percorso.
Gli preparai tre fogli con un piano nutrizionale strategico, insegnandogli quali frutti locali prendere in funzione ricostituente (durian, manghi, ananas, banane e varie altre delizie tropicali), quali verdure (prima fra tutte il crescione, le carote, il sedano, il cavolo, i germogli alfa-alfa, la tapioca), quali semi (girasole, sesamo, miglio, grano saraceno, avena) e quali noci (nocciole, noci, pinoli, noci brasiliane, noci hawaiane, pistacchi).
Due mesi dopo tornai a Kuala Lumpur.
Venne a trovarmi in hotel, accompagnato dalla sua bella famiglia.
Mi abbracciò più volte sano e felice.
Valdo te lo dico di fronte ai miei bambini: mi hai salvato la vita. Te ne sarò sempre grato.
I due ragazzi di 12 e 8 anni, aggiunsero un significativo Thank you Uncle Valdo. We love you.
Una situazione che mi commosse davvero e che ricorderò sempre.

Il fregarsi dell’anatomia comparata e dell’etica di fronte a un piatto fumante

Lo scienziato onesto dell’alimentazione porta pazientemente le sue tesi a sostegno del vegetarianismo totale, tecnica perfetta rispondente al particolare organismo umano.

Spiega l’anatomia comparata tra il tubo gastrointestinale umano, lungo, stretto, contorto, spugnoso, ipo-acido, zero-urikasico e quello del carnivoro, corto, tozzo, semplice, liscio, iper-acido, iper-urikasico.
Passa poi alle varie considerazioni etiche.
Ed elenca tutte le sante ragioni per risparmiare la sofferenza atroce agli animali innocenti.
E aggiunge la paternità dei moniti storici più eclatanti, tipo Pitagora, Ippocrate, Galeno, Dante, Leonardo, Einstein.
Il mangia-salme indefesso lo guarda con uno sguardo da ebete annoiato e gli dice di sì. Ma non lo ascolta nemmeno.
Sta già pensando al prossimo piatto fumante atto a rimpinguare la sua ormai irresistibile brama sepolcrale.
Siamo di fronte a un ex-umano deformato dalla necrofilia, offuscato dal richiamo della proteina marcescente, il cui stomaco non è più un apparato digerente, ma un apparato di ricevimento salme-decomposte-a-brandelli.
In questo caso non c’è proprio nulla da fare. Il nostro compito di informare può ritenersi concluso.
Sta a lui valutare e convincersi. La volontà è sua, il corpo è suo. Il karma negativo e raccapricciante è sempre quello suo.
È in lui che deve scattare la molla dell’intelligenza e della sensibilità, quel qualcosa che lo faccia indietreggiare dal baratro sempre più profondo gli si sta spalancando davanti.

Cos’altro vuole la gente per convincersi che sta sbagliando proprio tutto

Cos’altro pretende la gente da un vegetariano.
Chiaro che, in teoria, ha ragione Valerio, quando invita il carnivoro a introdurre qualcosa di anti-acido prima o dopo il piatto di carne.
Ma quel romanesco Meglio me sento, del carnivoro beneficiato, rimane una presa in giro e un invito a ripetere la sconcia scemenza.
Non è con l’anti acido che risolvi i tuoi problemi, ma con una alimentazione priva di effetti acidificanti. Puoi spalmarti creme e imbottirti di colonie quanto vuoi, puoi ricorrere a trucchi e artifizi anti-qui e anti-là, ma, se mangi cadavere, continui a deturpare la tua pelle, ad emanare odore di cimiteriale, ad acidificare il sangue, a rendere barcollante il tuo equilibrio per i radicali liberi generati dal tuo non-cibo, ad alimentare quegli acidi urici che ti porteranno alla gotta.
D’accordo che la gente vuole prove sicure e tastabili.
Se parli di cattiveria umana e di sofferenza animale, vuole quasi la formula matematica di tale cattiveria e di tale sofferenza.
Se parli di salute e di morte spirituale, non si accontenta di una descrizione, e vuole pesi e misure.
Se dici che il vegetariano ha una salute molto migliore del carnivoro, pretende dati probanti e scientifici, e non opinioni di parte.
D’altra parte esistono precisi test dimostrativi di massa dove si sono raffrontati i vari gruppi di mangiatori di materiale naturale frugivoro e di mangiatori di carne.
Quello più massiccio, più recente, più citato (nonostante gli evidenti tentativi di insabbiamento), è l’esperimento della Cambridge University.
Ma esistono anche molte statistiche significative, tipo quelle ricavate da intere comunità stile Mormoni, Avventisti, e altre, dove i numeri parlano chiarissimo.
Il discorso sui cancri e sui problemi cardiaci legati alle carni non è fantasia o ipotesi.
Ci sono prove tangibili e concrete, basta documentarsi non dai vegetariani, ma presso i cancerologi di ogni paese.

La gente di San Francisco consuma in media 90 kg di carne a testa, con 120 morti/anno per collasso cardiaco su 100 mila e con 14 morti/anno per cancro all’intestino, mentre quella del Guatemala consuma 5 kg a testa, con soli 20 morti/anno su 100 mila per collasso e 2 morti/anno per cancro all’intestino.
Le donne olandesi-canadesi-americane consumano 160 grammi/giorno di grassi animali con 20-30 morti/annue su 100 mila per cancro al seno, mentre quelle thailandesi, consumando 20 g/giorno hanno solo 1 morte/anno su 100 mila per tale malattia.
E potremmo andare avanti all’infinito.
Cosa mai vuole la gente?
Non gli bastano i dati scritti e ribaditi più volte.
Non gli basta il parere netto e lapidario dei cancerologi e dei cardiologi, e nemmeno quello degli scienziati e dei filosofi.
Quasi non credono nemmeno che H2O voglia dire acqua.
Non è forse che vogliono tutto ad un tratto la formula numerica e atomica della cattiveria o quella della salute, o quello della morte spirituale, e magari anche quelle della scemenza?

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